Paura, rabbia ed aggressività nei tempi del COVID-19.

cervo ferito

Post OttantaDue.

22 Apr 2020 - pubblicato ad Avezzano, da Floriana De Michele

Paura, rabbia ed aggressività nei tempi del COVID-19.

In questo particolare momento storico che il genere umano si trova costretto ad affrontare, l’attenzione è rivolta all’emergenza Coronavirus, agli effetti consequenziali della pandemia ed ai notevoli mutamenti sul piano emozionale di cui essa è portatrice.

È oramai assodato che la situazione Covid-19 ha lasciato e continua a lasciare segni profondi sulla psiche e sul modo di vivere delle persone, sul loro essere, come individui sociali e come singoli, innescando reazioni psicopatologiche che potrebbero permanere anche quando la situazione sarà superata.

Diverse sono state le sfumature osservabili in questo periodo così caotico e disorientante, primo fra tutti l’aspetto misantropico, ovvero l’atteggiamento di quasi disprezzo e mancanza di fiducia nel genere umano, caratterizzato dall’isolamento sia materiale che morale, che a tratti si è manifestato sottoforma di un razzismo sconfinante nell’odio verso il prossimo, più precisamente verso i cosiddetti “untori”:

l’altro diverso da sé viene oramai percepito come un pericolo.

Conducendo un’analisi accurata del fenomeno sul piano emozionale, si può osservare che una delle maggiori cause all’origine dei comportamenti disfunzionali è stato il passaggio repentino da una routine movimentata, caotica, al passo con una società altrettanto veloce ed esigente, al dover restare obbligatoriamente in casa, fatta eccezione per le strette necessità, come l’andare in farmacia oppure a fare la spesa, evitando gli assembramenti e rinunciando, quindi, all’aria aperta in compagnia e ad ogni forma di contatto fisico.

Si è passati dall’essere individui liberi, senza alcuna restrizione, ad una convivenza forzata, anomala e senza precedenti, questo ha avuto conseguenze allarmanti sul singolo e ripercussioni sulle relazioni tra le persone conviventi.

Sono aumentati i problemi di coppia, poiché l’invasione dello spazio più intimo della persona o la paura di perdere il lavoro, portatore dell’affermazione del sé, hanno condotto inevitabilmente ad incomprensioni continue ed hanno creato conseguenze emozionali inibitorie, inoltre sono aumentate le problematiche legate alla gestione dell’ansia e dello stress.

A seguire, l’influenza mediatica, con la divulgazione di notizie allarmanti e a volta discordanti, il terrore del contagio, la disinformazione e l’isolamento forzato hanno contribuito ad incrementare una forma d’isteria collettiva, dettata dal non sapere e dal sentirsi persi ed in gabbia.

Ecco così che il Coronavirus è diventato una delle più importanti emergenze psichiatriche del terzo millennio.

Osservando da vicino le emozioni emergenti maggiormente riscontrate, prima fra tutte c’è la paura, generalmente non definita come proprietà negativa della persona, bensì come emozione primaria utile, imprescindibile, con funzione adattiva per l’essere umano.

La paura appare come potente meccanismo autoprotettivo, una risposta di difesa, che, attivando specifici sistemi organici, dà luogo ad un determinato comportamento, identificato come reazione di evitamento e fuga.

La paura funziona bene se è proporzionata al pericolo, se protratta nel tempo ed ingigantita da pensieri disadattivi, potrebbe diventare un apprendimento strumentale ed una tendenza a sovrastimare il fenomeno e a generalizzare la portata del pericolo.

In questo scenario dove la rappresentazione soggettiva della realtà è caratterizzata da immagini e pensieri ricorrenti di fronte alla minaccia incombente del Covid-19, la paura si trasforma e può degenerare in ansia, allarmismo e panico.

Le persone si sentono vulnerabili e quindi impotenti, insicure, irrequiete, spesso in preda ad un senso di perdita, smarrimento.

Quest’emozione primaria con funzione adattiva può così tramutarsi in angoscia, che tende ad insorgere proprio quando i valori individuali si presentano fragili, incoerenti con il concetto di esistenza stessa, condizionata da conflitti interni ed esterni, e quindi con il concetto di benessere della persona.

Anche i cosiddetti “pantofolai”, ovvero i soggetti più introversi o solitari, nonostante la maggiore elasticità nell’adattamento e la capacità di equilibrio nel superare le limitazioni forzate, dopo oltre un mese dalla prima ordinanza emanata, risentono della reclusione, non trattandosi più di una libera scelta ma di un’imposizione, perché l’uomo di per sé è un essere sociale e, come tale, ha bisogno del contatto con gli altri per vivere bene ed in modo equilibrato.

Si sono palesati maggiormente a rischio gli individui più fragili mentalmente, affetti già da psicopatologie o inclini a processi cognitivi disfunzionali come il rimuginio, vale a dire tutte quelle persone con problemi di gestione dell’ansia, stati depressivi, disturbo post traumatico da stress, attacchi di panico, stati maniacali, problematiche legate alla paranoia, alla malinconia, alla solitudine e con disturbi di tipo ossessivo compulsivo.

Un ulteriore importante aspetto su cui soffermarsi è la rabbia, altra emozione primaria istintuale a valenza negativa, essa, come la paura, ha una funzione adattiva che risiede nell’istinto del soggetto di difendersi dalla minaccia.

Per la maggior parte delle teorie, la rabbia rappresenta la tipica reazione alla frustrazione e alla costrizione, sia fisica che psicologica; è una risposta ad uno stimolo che viene percepito ed interpretato dall’individuo come ingiusto e provocatorio, quest’esperienza vissuta viene descritta dal soggetto spesso come sgradevole e problematica.

Più in generale, l’emozione della rabbia può essere quindi definita come la reazione che consegue una precisa serie di eventi e, in una situazione di isolamento e restrizione come quella che dai primi giorni di Marzo si sta vivendo a livello internazionale, il distress e le scarse strategie di coping giocano un ruolo primario nelle manifestazioni d’ira e collera.

Spesso nella quotidianità il termine rabbia e quello di aggressività vengono utilizzati in modo interscambiabile, ma non sempre coincidono, in quanto il primo termine si riferisce ad uno stato emotivo, mentre il secondo, facendo riferimento all’aggressività ostile, è un comportamento risultante dalla collera, volto all’etero o all’autodistruzione, potendo esitare in atteggiamenti devianti evidenti.

L’emozione dell’ira, sia che sfoci in azioni aggressive, sia che permanga a livello soggettivo come esperienza emotiva, duratura e persistente, si associa spesso a conseguenze avverse; l’esempio più drammatico delle conseguenze negative della rabbia, del risentimento e della paura è la violenza, intesa come tendenza all’azione, sia essa diretta verso se stessi o verso l’altro diverso da sé.

Le persone irritate e frustrate sono più irrazionali e propense ad esercitare una scarsa capacità di giudizio, di conseguenza sono propense a comportarsi in modo rischioso ed imprevedibile.

Si pensi a come vive nel contesto di restrizione ed isolamento sociale chi è incline a stati isterici, non conforme, quindi, a seguire le regole, esposto alla perdita di controllo e ad attacchi di aggressività e violenza, che, in una situazione come quella attuale, possono amplificarsi e diventare innumerevoli. È ancor più dura per chi ha problemi di dipendenza, dall’alcool, all’abuso di sostanze stupefacenti fino a giungere alla ludopatia o ad altre new addictions, poiché l’effetto della quarantena potrebbe portare ad un peggioramento della condizione patologica e gravare inevitabilmente sul rischio di ricaduta, proprio perché aumenta la sensazione di perdita di controllo ed i conseguenti comportamenti disfunzionali di compensazione.

Prosperano la frustrazione, la rabbia, l’insofferenza e crescono statisticamente i casi di violenza domestica.

Di solito l’atteggiamento aggressivo, pensato anche come risultante dell’alto livello di testosterone, pur subendo l’influenza di diversi fattori, tra cui l’esperienza personale ed il contesto sociale di riferimento, è associato soprattutto al genere maschile ed i casi che si vengono a manifestare ogni giorno ne danno la conferma. Secondo quanto riportato nell’articolo di The Post Internazionale Srl (TPI.it), del 16 Aprile 2020, i casi di violenza di genere sul territorio italiano sono aumentati del 74,5% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso.

Dal 2 Marzo al 5 Aprile sono state 2.867 le donne che hanno contattato i centri antiviolenza Donne in Rete (D.i.re.), di cui 806 non avevano mai fatto prima una richiesta di supporto, a conferma di quanto la convivenza forzata abbia ulteriormente intensificato le situazioni maltrattanti che le vittime si trovano costrette a vivere.

Ciò non considerando il numero esponenziale di donne che, invece, non denunciano, che subiscono abusi e violenze in una dimensione di totale dipendenza affettiva, tipica della coppia patologica, e vivono in una condizione di sottomissione al partner, nel terrore di essere abbandonate e di rimanere sole. Va reso noto però che la violenza non è un unidirezionale, anzi, al contrario, viene presentata come un fenomeno trasversale e marcatamente diffuso; anche le donne, se pur in forma ridotta, possono manifestare aggressività e possono violentare, in maniera più subdola, i propri compagni, ne è un esempio la violenza psicologica, di cui sono vittime circa 5.000.000 di uomini ogni anno.

Molti mariti, succubi delle proprie mogli, vengono denigrati, umiliati davanti ai propri figli ed occasionalmente anche aggrediti fisicamente con schiaffi, graffi o morsi. Semplicemente non se ne parla. Dunque, in termini di manifestazioni di violenza, le differenze di genere vanno ad attenuarsi, soprattutto in presenza di una situazione causa di stress o provocatoria, come la restrizione o l’isolamento sociale.

IL RUOLO DELLO PSICOLOGO.

In un contesto emergenziale come quello attuale, il ruolo dello psicologo resta quello di offrire ascolto, consulenza, rispetto, accoglienza e soprattutto comprensione ed empatia.

L’obiettivo è creare una relazione di fiducia con chi fa richiesta di supporto psicologico, è importante abbattere le barriere che si frappongono tra chi aiuta e chi è aiutato, per guidare il paziente verso il proprio benessere psicofisico.

La terapia online segue le stesse regole del classico percorso terapeutico, ma naturalmente le dinamiche cambiano, prima fra tutte c’è la modificazione del setting; si è passati dal vis a vis psicologo-paziente ad un confronto filtrato dallo schermo, la relazione terapeutica manca della presenza fisica dei due interlocutori e viene effettuata in uno spazio virtuale, veicolata da strumentazioni tecnologiche.

Skype, WhatsApp ed altre app con finalità simili diventano il nuovo setting all’interno del quale lavorare.

Questi cambiamenti hanno portato molte problematiche: prima fra tutte la mancanza di privacy, diversi pazienti hanno abbandonato i rispettivi precorsi terapeutici, temendo di essere ascoltati durante gli incontri dai familiari o conviventi; altri, a causa delle difficoltà finanziarie legate al lockdown nazionale, non hanno voluto proseguire con le sedute, per risparmiare ed affrontare il momento critico, ed altri ancora non hanno riposto fiducia nella buona riuscita della nuova modalità online.

D’altro canto, nonostante i dati d'abbandono, c’è invece chi ha avvertito l’effettivo bisogno di un supporto psicologico, per fronteggiare al meglio l’emergenza, la reclusione e la gestione emozionale, usufruendo di tutte le risorse messe a disposizione dal sistema.

A tal proposito, il Consiglio nazionale dell’ordine degli psicologi (Cnop) ha promosso le iniziative #psicologionline e #psicologicontrolapaura, attraverso cui si può prenotare un teleconsulto sul territorio regionale, per via telefonica o in videochiamata;

la Società Italiana di Terapia Comportamentale e Cognitiva (SITCC) ha creato, attraverso il progetto “Amicopsicologo”, una rete di sostegno online e la Società psicanalitica italiana (Spi), invece, ha messo a disposizione un servizio di ascolto e consulenza di psicologia psicanalitica gratuito.

Inoltre, sempre il Cnop ha messo a disposizione un pieghevole d’aiuto e d'orientamento psicologico, a portata di tutti i cittadini, fornendolo anche alle farmacie, questo prevede indicazioni per prevenire e gestire l'ansia e pratiche per affrontare l’emergenza e le situazioni stressanti.

Per quanto riguarda la violenza domestica è stata lanciata anche una campagna informativa sui social dal ministro alle Pari Opportunità e alla Famiglia Elena Bonetti con l’intento di rassicurare le vittime ed informarle che i centri antiviolenza e le case rifugio sono sempre attivi e si sta contribuendo anche ad ampliare il numero di nuovi alloggi, richiesta sollecitata dall'associazioneDonne in Rete (D.i.re).

Dunque, attraverso un approccio psico-educativo, veicolato da smartphone, PC o tablet, e il più possibile vicino alle esigenze delle persone, l'obiettivo generale è quello di evitare che le paure diventino panico e contribuiscano all’aumentare dello stress e dei consecutivi comportamenti distruttivi e disfunzionali.

LA RESILIENZA.

Un aspetto chiave su cui bisogna lavorare, per fronteggiare le emozioni primarie a valenza negativa, di cui si è parlato precedentemente, e per evitare l'incremento di aggressività e forme di violenza, è la resilienza, intesa come adattamento alle avversità e quindi come la capacità di opposizione alle pressioni provenienti dall’ambiente.

La resilienza implica una serie di pensieri, atteggiamenti e comportamenti che possono essere appresi, sviluppati e migliorati in base al cambiamento di ogni persona, è una funzione psichica che si modifica con il tempo in rapporto all’esperienza, ai fattori emozionali e familiari, al bagaglio personale, ai fattori di sviluppo e al cambiamento degli schemi mentali.

Essere resilienti non vuol dire non provare emozioni negative quali rabbia, paura e tristezza, al contrario vuol dire saperle riconoscere per accoglierle, accettarle ed andare avanti. Si possono controllare ed incoraggiare l’impegno, il controllo e l’assertività, bisogna essere consapevoli di sbagliare e poter modificare quel comportamento che porta all'errore, bisogna essere disposti al cambiamento per vivere in modo più equilibrato.

Si sta dimostrando, infatti, che le persone già inserite in percorsi di psicoterapia, con una maggiore consapevolezza di sé e con maggiori capacità di riorganizzazione positiva della propria vita, si sono palesate ancor più resilienti, pronte ad affrontare il futuro in un’ottica di dignità della persona e di rispetto del prossimo, facendo appello all’altruismo come valore del singolo inserito nel contesto sociale.

Bisogna lavorare sull’autocontrollo, sulla competenza sociale e comunicativa e sulla fiducia nelle proprie capacità, solo così si può imparare a gestire al meglio tutte le emozioni che continuano ad affiorare in questo particolare momento critico ed a tramutarle in energia positiva da investire nelle attività quotidiane o ricreative.

Bibliografia

• Bagnato K. “Aggressività e intelligenza emotiva: quale relazione?”, Pensa MultiMedia Editore srl, ISSN 2038-9748, Giornale Italiano della Ricerca Educativa, anno VI – n. 10, 2013.

• Mondani M. “Percorsi di criminologia”, 2011, Libreriauniversitaria.it edizioni, ISBN 9788862921633.

A cura della Tirocinante Gina Ragusa - Tutor Dott.ssa Floriana De Michele



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