La timidezza d'amore: psicologo Avezzano.

timidezza d'amore patologica

Post SessantaSei

12 Sep 2019 - pubblicato ad Avezzano, da Floriana De Michele

“La timidezza è composta dal desiderio di piacere e dalla paura di non riuscirci. “

—” Edme-Pierre Beauchêne medico, scrittore 1780 da “ Massime, riflessioni e pensieri diversi”, 1818

La Timidezza d'amore psicologica

L’immagine che mi si palesa davanti al solo sentire la parola “timidezza“ è quella del nano mammolo, oppure del puffo timido appunto.

Già, perché la timidezza è un tratto di personalità che contraddistingue le persone che ce l’hanno.

Sono quelli che hanno il viso in fiamme davanti agli altri, quelli con le mani sudate, quelli che hanno il cuore a mille e la voce tremolante, quelli che vediamo sbarrare gli occhi per la paura di essere giudicati.

Li vediamo evitare il contatto con gli altri, di sottovalutarsi.

Il mondo è pieno di timidi: si vedono, ma non si sentono. Spesso sono gli obiettivi preferiti dai bulli, preferiscono ascoltare, invece che parlare; che preferiscono leggere anziché stare con gli altri. Li riconosciamo anche in personaggi a cui dobbiamo molto come Albert Einstein, Abraham Lincoln, Agatha Christie!

Descrizione di una persona timida

Il timido, col suo comportamento, ha molta, troppa paura del giudizio altrui per cui è invaso dal senso di inadeguatezza.

Si ritiene che questo avvenga a seguito di esperienze vissute da bambino, come avere avuto genitori troppo severi e critici e che ciò possa avere come conseguenza un adulto con scarsa fiducia in se stesso.

Avremo dunque un adulto ansioso che vorrebbe esporsi, ma non ci riesce. Prova vergogna in modo così forte da e vivere come un’ insolenza qualsiasi cosa faccia o dica in presenza degli altri.

In questa sede non parlerò assolutamente male o assolutamente bene di timidezza, se la timidezza sia un pregio o una patologia, o una malattia, perché ritengo comunque che sia un tratto di personalità che contraddistingue una persona da un’altra, una caratteristica, una peculiarità, come il nano o come il puffo che ci piacciono perché hanno QUEL tratto che ci permette di riconoscerli.

Se ci ritroviamo a parlare della timidezza ,la timidezza d'amore maschile, come un problema è colpa nostra, siamo noi che ci siamo lasciati convincere dalla società che nella vita bisogna essere spavaldi e orgogliosi, siamo noi che guardiamo con ammirazione i personaggi delle serie come Dott House con occhi pieni di desiderio per l’ennesima battuta ben assestata, maleducata, e pensiamo che dovremmo fare lo stesso per farci rispettare e ben volere.

La timidezza patologica, l'essere timidi, come qualunque tratto, diventa un problema solo nella misura in cui verrà vissuta come tale da chi ne fa esperienza. Mi spiego: se l’ansia anticipatoria di stare con gli altri diventa terrore di esporsi, tanto da andare ad inibire il soggetto nelle sue attività quotidiane o non gli permette di conseguire i suoi obiettivi, allora si può pensare di migliorare, senza intervenire per demolire, ma migliorare!

Una casa indebolita da calamità naturali, che ha una buona struttura non si demolisce per rifarne una che non abbia più’ quelle caratteristiche, ma si migliora ,lasciando intatte le caratteristiche peculiari. Vediamo la timidezza come un tratto da guarire anche perché è uno dei criteri presenti nei manuali diagnostici in alcuni disturbi come Disturbo evitante di personalità oppure il mutismo selettivo, infatti entrambi hanno, fra gli altri criteri diagnostici, l’eccessiva timidezza.

Ho trovato interessante il punto di vista di Christopher Lane, professore alla Pearce Miller Research presso la Northwestern University, Chicago che ha scritto il libro “SHYNESS: How Normal Behavior Became A Sickness” (tr. TIMIDEZZA: come un comportamento normale è divenuto una malattia)” e spiega:

“Dopo aver terminato un libro sul comportamento antisociale nella letteratura e nella cultura vittoriana (Hatred and Civility, 2004 (tr. Odio e civiltà), volevo capire cosa era accaduto, nel ventesimo e ventunesimo secolo, alle persone particolari, a quelli che si comportavano in modo diverso e, in particolare, alle persone timide. Quando ho chiesto a diversi importanti psichiatri notizie su questa questione, essi invariabilmente mi hanno fatto capire che questo genere di persone veniva sottoposto a cure farmacologiche.

E’ così cresciuta in me la convinzione che i farmaci venivano usati per eliminare alcuni aspetti chiave della nostra umanità – emozioni, tratti comportamentali che possono essere estremi, ma che rimangono parti vitali di noi esseri umani, che non possiamo semplicemente respingere o rimuovere attraverso i farmaci. Soprattutto, chi doveva decidere quali emozioni e comportamenti potevano restare e quali no?”

Se vuoi leggere sull'argomento

Un grazie a tutti che commenteranno e metteranno un “mi piace” (e non siate timidi ...., 😃).



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