Psicologia Positiva e Resilienza

Resilienza , resistenza, e psicologia positiva.

la resilienza in psicologia

Post Quarantadue

21 Mag 2018 - pubblicato da Floriana De Michele

Il popolo del web chiama a gran voce la parola “resilienza”, una delle parole più cercate e cliccate su Google e anche una delle parole più tatuate. Prendiamoci un momento e domandiamoci: sappiamo davvero tutti cosa questo termine voglia dire? Sappiamo cosa significa e quali teorie e pratiche si celano dietro questa “filosofia”? Il termine resilienza appartiene alla Psicologia e si può definire come la capacità di “autoripararsi” dopo un danno e di riuscire a ri-organizzare positivamente la propria vita nonostante le situazioni difficili che potrebbero far pensare a risultati negativi e quindi potrebbero far entrare il soggetto in loop negativo senza fine. Nell’ottica della resilienza, uno stato di difficoltà o dolore viene visto come opportunità per re-inventarsi, per ricominciare, per azzerare e ripartire ed è, perciò, un’occasione per ragionare su se stessi e per fare un’analisi personale. Le difficoltà, quindi, vengono intese come opportunità e sfide per mobilitare tutte le proprie risorse, sia interne che esterne, in nome del raggiungimento di un equilibrio più funzionale.

La resilienza, in realtà, è un concetto che trae origine dalla fisica dei materiali e indica la proprietà che hanno i corpi posti sotto pressione di modificarsi senza rompersi. Questo concetto è stato acquisito e traslato nella Psicologia Positiva che vede la resilienza come la capacità, propria delle persone che hanno vissuto esperienze traumatiche, di intravedere fiducia e speranza in una condizione di sofferenza psicologica (e/o fisica), di vivere e di svilupparsi positivamente nonostante il trauma. Secondo Bonanno (2004) la resilienza è un processo e un prodotto dello sviluppo evolutivo della persona che pur avendo vissuto numerose avversità, riesce a mantenere un funzionamento psicologico sano e stabile nel corso del tempo, riesce a vivere emozioni e condurre esperienze positive.

Il processo di resilienza – e non più concetto teorico – ha in sé, secondo la Psicologia Positiva , dei fattori di rischio e dei fattori protettivi. Questi possono essere sia individuali, sia famigliari, sia sociali. Sul piano individuale, un esempio di fattore di rischio è un insuccesso scolastico e un esempio di fattore protettivo è la capacità di problem solving e senso dell’umorismo o creatività. Sul livello famigliare, un fattore di rischio potrebbe essere il divorzio dei genitori, un fattore protettivo avere valori e credo famigliari condivisi, oppure attaccamento sicuro genitore-figlio. Infine, sul piano sociale, un esempio di fattore di rischio può essere la disoccupazione e, sullo stesso piano, i fattori protettivi ad agire potrebbero essere la presenza di un gruppo sociale di amici e persone che danno sostegno, la presenza di un adulto significativo al di fuori della famiglia con il quale stabilire una relazione duratura di sostegno affettivo, oppure vivere all’interno di una comunità collaborante, o ancora partecipare a una struttura sociale positiva.

Gli elementi protettivi, in particolare, che mitigano e compensano i funzionamenti distruttivi sono:

  • la presenza di “tutor di resilienza” (soggetti che danno sostegno);

  • la capacità di dare un senso narrativo alla propria vita ricostruendo ciò che è accaduto dandogli un significato;
  • l’umorismo;
  • la creatività;
  • la spiritualità.

La Psicologia Positiva dà il suo contributo allo studio del processo di resilienza studiando le emozioni positive (gioia, contentezza, serenità, interesse, orgoglio, gratitudine, amore), puntando sul ruolo educativo dell’adulto formando tutori di resilienza, promuovendo azioni di sostegno alla genitorialità, focalizzandosi sull’analisi delle risorse delle persone (potenzialità, virtù, abilità) piuttosto che sul disagio. Questo significa che, pur senza negare i problemi o le difficoltà, è opportuno puntare l’attenzione sui punti di forza del soggetto come base per aiutarlo a costruire un proprio benessere, avendo come obiettivo quello della realizzazione personale.

Gli autori Costantino, Camuffo (2009) e Semizzi (2009) affermano che la resilienza non è una concezione “tutto o nulla” secondo cui la vita di una persona o “è tutta bella” o “è tutta brutta”, ma è una condizione complessa in cui possiamo trovare contemporaneamente spazio per note di ottimismo, positività e fiducia e note di esasperazione, pessimismo e sofferenza, dove disagio e benessere coesistono e condividono. La negazione di uno di questi due elementi (benessere o disagio) porta ad un blocco emotivo, in altre parole ci si fossilizza (e più spesso accade di fossilizzarsi su ciò che è negativo) senza riuscire a trovare il giusto modo per superare gli ostacoli.

I vari fattori quindi, sia di rischio che protettivi, che concorrono allo sviluppo del processo di resilienza non possono essere considerati singolarmente poiché viviamo in un ambiente interattivo in cui le variabili che agiscono sono numerosissime. Noi non possiamo considerarci come individui separati dall’ambiente o decidere consapevolmente di eliminare gli aspetti dolorosi della vita, sforzandoci di concentrare tutta la nostra attenzione solo sulla capacità di resistenza, poiché resistere ad un’avversità non significa essere resiliente.

Resilienza e resistenza

La resistenza, letteralmente parlando, dovrebbe essere esattamente l’opposto della resilienza. Se la resilienza è la capacità di essere flessibili ai problemi della vita, la resistenza è la durezza di fronte ad un problema, è rigidità. Con una metafora la resilienza si descrive come una canna di bambù al vento; la resistenza come un tronco di un arbusto incapace di flettersi ma con alta probabilità di spezzarsi.

In un’ottica di “processo di resilienza”, la resistenza può invece essere considerata come una componente della resilienza stessa, perché se si volesse tracciare un profilo della persona resiliente, questa dovrebbe 1) sopportare i dolori senza piangersi addosso e sostenere le difficoltà senza disperarsi; 2) avere il coraggio di intraprendere vie sconosciute e tortuose ma che possano rappresentare la soluzione al problema; 3) avere una buona dose di ottimismo e umorismo e creatività; 4) non dimenticare di essere esposta al pericolo, ai problemi, agli imprevisti. La resistenza, perciò, facendo riferimento al punto 1, può essere vista come quella capacità di sostenere un dolore senza abbandonarsi ad esso, per non cadere nell’ossessione della negatività.

Come sviluppare la Resilienza?

Sembra che essere resilienti, a questo punto, sia un dono, una dote non concessa a tutti. Non è così. La Psicologia Positiva intende, con i suoi trattamenti e percorsi, sviluppare questa capacità adattiva incentivando:

  • l’ottimismo che aiuta a promuovere il benessere individuale e preserva dal disagio e dalla sofferenza;

  • l’autostima, cioè essere meno autocritici, più tolleranti alle critiche altrui diminuendo la possibilità di sviluppare sintomi depressivi;
  • la robustezza psicologica (capacità di controllo della situazione, impegno nel raggiungere i propri obiettivi, predisposizione alla sfida come opportunità di crescita);
  • le emozioni positive, ovvero il focalizzarsi su quello che si possiede invece che su ciò che manca;
  • il supporto sociale, definito come l’informazione, proveniente da altri, di essere oggetto di amore e di cure, di essere stimati e apprezzati.

La Resilienza è un cambio di prospettiva.



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