Caratteristiche di un centro di psicologia oncologica.

psicooncologia

Post TrentaDue

7 feb 2018 - pubblicato da Floriana De Michele

Di fronte alla possibilità di percorrere un cammino psicologico, la persona affetta da patologia neoplastica può domandarsi: “È possibile con degli interventi psicologici migliorare la qualità della mia vita?”. Proprio considerando tali dubbi è importante per il paziente non solo confrontarsi singolarmente con lo Psicologo lungo un percorso specifico, ma anche condividere – qualora richiesto – con altre persone il proprio stato emotivo o attività in un luogo dedicato, come un centro di Psicologia Oncologica che rende tangibile quell’approccio multidisciplinare e olistico proprio della Psicologia Oncologica, concepito per fornire supporto e sostegno individuale psicologico e sociale al paziente oncologico, e supporto psicologico a familiari di malati onoclogici.

La Psicologia Oncologica

La Psico-oncologia è un settore della psicologia clinica nato recentemente per occuparsi in modo specifico del disagio psicologico che accompagna la malattia neoplastica e degli interventi psicologici nei malati oncologici

I pazienti oncologici prima ancora di essere tali, sono persone che vivono il proprio stato di salute e malattia secondo un soggettivo sistema di variabili di tipo biologico, psicologico e sociale.

Ogni paziente affronta la malattia in modo unico e peculiare attivando un processo di adattamento alla nuova condizione fisica e mentale.

Le malattie oncologiche colpiscono il corpo e contemporaneamente anche la personalità del paziente, così come lo stato emotivo di familiari, amici e operatori sanitari.

La Psicologia oncologica lavora ed ha un tipo di approccio al malato oncologico prevalentemente basato sul riconoscimento e sul trattamento della sofferenza psicologica legata alla malattia ed interviene con lo scopo di strutturare un valido supporto psicologico al paziente e a coloro che si prendono cura di lui.

Il ruolo dello psico-oncologo

Il compito dello psico-oncologo si svolge all’interno di svariate fasi: dalla valutazione psicologica al momento della diagnosi di tumore, alla fase del processo di cura, fino, qualora necessario, all’adeguata gestione psicofisica del malato in fase avanzata di malattia, accompagnandolo attraverso eventuali cure palliative.

Di fronte ad una malattia come quella oncologica le prospettive di vita che il paziente ha davanti a sé possono assumere numerosi livelli di importanza e gravità, indipendentemente o meno dallo stadio della malattia.

Ciò che influisce in modo rilevante sullo stato emotivo della persona è il suo modo di decodificare la sua situazione fisica e la sua malattia.

I sentimenti che prevalgono hanno un elevato grado di intensità, riferendosi ad alienazione, senso di irrealtà, diniego, incredulità, disorientamento, rabbia, o ancora isolamento e impotenza.

In ogni fase della malattia e in ogni momento intimo del paziente lo psico-oncologo può intervenire con terapie misurate sul paziente per diminuire e riposizionare questi stati emotivi, insegnando come gestirli, fornendogli giusti strumenti per acquisire un maggior controllo di sé e maggiore senso di responsabilità e rispondenza ai trattamenti medici.

Ogni trattamento, pur differenziandosi da persona a persona, ha il fine ultimo di ridurre l’ansia, di chiarire le percezioni e informazioni errate che vengono codificate in base al proprio peculiare sistema di decodifica.

In merito a ciò Toscano (2001) sottolinea che le più frequenti espressioni della crisi del paziente oncologico si possano descrivere in:

  • • Rifiuto come negazione della propria malattia e ostacolo alla compliance in fase terapeutica;

  • • Ansia come paura della solitudine, della morte, della perdita di capacità fisiche e di isolamento socio-affettivo;

  • • Depressione come rassegnazione, perdita di motivazioni ed emozioni correlate a un declino psicofisico.

La vita della persona affetta da patologia neoplastica può ruotare attorno alla patologia stessa, aumentando lo stato di ansia.

Contemporaneamente sul paziente hanno una forte influenza anche eventi e situazioni ambientali esterne che, in qualsiasi modo, si imprimono sulla sua persona, andando a intaccare più o meno l’emotività.

Proprio per questo l’assistenza psicologica si pone l’obiettivo di aiutare a gestire i numerosi eventi stressanti per il possibile ruolo che questi possono avere sul decorso della malattia.

Il malessere psicologico quindi, sia che si esprima sotto forma di ansia aperta e di aggressività o in forma depressiva con il rinchiudersi in se stessi, esiste.

La comunicazione della diagnosi

La sola parola “cancro” genera un’instabilità psicologica istantanea. Il primo immaginario che si presenta nella mente della persona che riceve la diagnosi di cancro non può considerarsi positivo, in quanto comporta, a livello simbolico, una minaccia esistenziale. La reazione del paziente, quindi, va considerata come una risposta a uno shock in grado di cambiare la percezione che ha di se stesso, del proprio corpo, delle persone care, del mondo, delle relazioni sociali. Questa è una fase molto delicata poiché, mentre l’accettazione non accenna ancora a definirsi, vince la sensazione di confusione e paura tanto nel paziente quanto nei suoi familiari che, in alcuni casi, potrebbero ritrovare se stessi impossibilitati a fornire al proprio caro il giusto sostegno. In questa fase, le domande possono nascere nella mente del paziente sono: “Perché è successo proprio a me?”, “Cosa mi accadrà adesso?”, “Sarò in grado di affrontare la malattia?”. A tutti questi interrogativi non può esservi una risposta immediata, in quanto la guarigione stessa dalla malattia è lenta.

Il modo di gestire la “crisi emotiva” generata dalla diagnosi medica, l’atteggiamento di fronte all’evento spesso traumatico può influenzare il tipo di adattamento psicosociale alla malattia. L’atteggiamento e lo stile di coping utilizzato andranno a loro volta ad influenzare non solo la qualità di vita successiva alla diagnosi, ma anche la compliance ai trattamenti medici e il decorso biologico della malattia (Putton et al., 2011).

Il paziente oncologico e la sua malattia

Il coping rappresenta una modalità cognitivo-comportamentale con la quale un individuo affronta un evento stressante e le sue conseguenze emozionali. La capacità di far fronte ad una crisi esistenziale dipende da diversi fattori: dal tipo di patologia (sintomi e decorso), dal livello di adattamento precedente alle situazioni di malattia, dal significato della minaccia esistenziale, da fattori culturali e religiosi, dall’assetto psicologico e dalla personalità, dall’istruzione e da eventuali disturbi psichiatrici presenti (Putton et al., 2011).

Vi sono comportamenti più adattivi e altri meno adattivi nell’affrontare la propria condizione di salute e malattia. Fondamentale e decisiva nel determinare lo stile di coping è la percezione del controllo che si ha sulla malattia e sugli eventi di vita stressanti, avendo una forte influenza sulla salute e sul decorso della malattia. Le persone possono sentire di avere un controllo interno o esterno sugli eventi:

  • • I soggetti con un locus of control interno sentono di poter esercitare un controllo sugli eventi, credono in se stessi e in ciò che si prefiggono. Nei confronti delle malattie reagiscono in termini risolutivi e in prima persona, sono propositivi e collaborano con l’equipe medica. Sembra essere un fattore protettivo per la salute in generale e elemento positivo per il decorso della malattia.

  • • I soggetti con locus of control esterno reagiscono in modo passivo agli eventi, non si sentono responsabili né sentono di avere un controllo su quanto gli accade, tendono a dare la colpa agli altri. Questo atteggiamento sembra essere un fattore di rischio per la salute in generale e anche per il decorso delle malattie.

  • Più gli eventi sono percepiti come indesiderabili e incontrollabili maggiore sarà la probabilità di percepire quell’evento come stressante e maggiori saranno le probabilità di ripercussioni negative sulla salute (Grandi et al., 2011). Di conseguenza, si attivano differenti stili di coping, strategie adattive di reazione alla malattia:

    • • Hopelessness: elevati livelli di ansia e di depressione, incapacità di mettere in atto strategie cognitive finalizzate all’accettazione della diagnosi, convinzione di un controllo esterno sulla malattia;

    • • Spirito combattivo, moderati livelli di ansia e di depressione, numerose risposte comportamentali attraverso le quali il paziente cerca di reagire positivamente e costruttivamente alla situazione, convinzione di un controllo interno sulla malattia;

    • • Accettazione stoica, bassi livelli di ansia e depressione, attitudine fatalistica, convinzione di un controllo esterno della malattia;

    • • Negazione e evitamento, assenti sia manifestazioni ansioso-depressive sia strategie cognitive, nella convinzione da parte del paziente di un controllo sia interno che esterno della malattia.

    Negazione della malattia: meccanismo di difesa

    Un paziente può negare la diagnosi, la prognosi o la gravità della malattia, oppure può ignorare o dimenticare quello che il medico gli ha riferito con la diagnosi, oppure rifiutare di aderire al trattamento proposto.

    La negazione è tra le strategie di coping maggiormente utilizzate dai pazienti oncologici nell’affrontare l’impatto emotivo della malattia e si riscontra in modo rilevante proprio durante la fase diagnostica della malattia risultando associata a bassi livelli di stress emozionale (Watson et al., 1984).

    La negazione di malattia è stata definita come un meccanismo di difesa che permette di prendere le distanze da una realtà minacciosa e preoccupante, “un rifiuto conscio o inconscio di una parte o di tutto il significato di un evento per allontanare la paura, l’ansia o altri affetti spiacevoli” (Hackett et al. 1968).

    Secondo Breznitz (1983) la negazione che si attiva in risposta ad uno stimolo minaccioso per la propria salute determina un certo grado di distorsione della realtà e può riguardare diversi aspetti o parti di essa.

    Inoltre, a seconda della fase di sviluppo della malattia in cui si trova il paziente, la negazione può avere un valore positivo o negativo, in relazione al contributo che può dare al miglioramento o al peggioramento della condizione medica.

    Per l'approccio psicologico al malato oncologico negli studi attuali in letteratura emerge come il meccanismo difensivo svolga un ruolo adattivo principalmente nelle fasi iniziali della malattia perché protegge il paziente dalla paura, dallo sconforto che si provano di fronte alla diagnosi medica. La negazione, quindi, attraverso una “distorsione” della realtà, nascondendo a se stessi la presenza del cancro, aiuta a ridurre il senso di sopraffazione (Moyer et al., 1998), di disperazione, di paura, di impotenza che si provano al momento della diagnosi medica, contribuendo a preservare un’immagine positiva di sé e l’autostima (Livneh, 2009).

    Portare la negazione all’estremo, però, potrebbe indurre il paziente a percepire le cure come non discriminanti per raggiungere di nuovo uno stato di salute, oppure potrebbe aumentare lo stato di confusione e incertezza. Questa è una delle situazioni in cui lo psico-oncologo interviene, supportando il paziente a ripristinare il proprio sistema di decodifica, imparando così a gestire i propri stati emotivi amplificati e altalenanti, intaccati dal suo stato di malattia.

    Considerare fattori psicologici, culturali, sociali

    Durante il decorso della malattia oncologica, il paziente resta una persona “composta” da numerosi fattori di varia natura: psicologici, biologici, culturali, sociali. Questi fattori interagiscono continuamente e in modo ancora più intenso in una situazione percepita in alcuni casi come invalidante per il proprio benessere, quella della malattia oncologica. Personalità del paziente, esperienze passate, età, relazioni interpersonali presenti e passate, presenza di un contesto sociale e familiare di supporto o meno, gravità e tipo di tumore stesso, tutte queste variabili se con valenza negativa e connesse in modo errato possono generare stati emotivi quali senso di paura, ansia, depressione, alterazione immagine di sé e del corpo, aggressività, rabbia, ostilità, senso di colpa, di invidia, di ingiustizia e uso massiccio del meccanismo di difesa della negazione e rimozione. Per questo motivo è necessario un sostegno psicologico al paziente oncologico e ripristinare un ordine che rispetti la complessità del soggetto e i suoi bisogni, che lasci spazio a quella genuina “libertà folle” propria di ognuno di noi. Lo psico-oncologo supporterà il paziente insegnando a:

    • • contenere l’ansia e le emozioni negative mantenendo un equilibrio psicologico;

    • • mobilitare meccanismi di difesa adeguati;

    • • favorire la comunicazione e l’espressione delle emozioni negative.

    Ogni persona ha un proprio modo di reagire e affrontare la malattia che deve essere compreso e rispettato lungo tutto il percorso di cura, in quanto l’adattamento alla malattia richiede tempo e risorse personali. L'intervento psicologico nei malati oncologici richiede attenzione.

    Ogni persona, inoltre, ha la sua costellazione familiare e amicale sulla quale può contare. Nel caso in cui i familiari abbiano bisogno anch’essi di un supporto, avvertendo una sensazione di smarrimento e incapacità di reazione, lo psico-oncologo può fornire loro sostegno e strumenti necessari, attraverso la funzione di raccordo.

    Gli interventi della psico-oncologia indirizzati alla famiglia del malato oncologico hanno come obiettivo quello di aiutare il sistema familiare a sostenere l’intero processo clinico, dalla diagnosi fino alla guarigione o al lutto e, in quel caso, di favorirne il processo di elaborazione.

    Paziente e cure palliative

    Da studi effettuati e dalla Letteratura in merito alle malattie oncologiche, emerge una grande carenza nella consapevolezza dei pazienti con cancro relativamente alla propria diagnosi e alla natura maligna della propria malattia.

    Pronzato et al. riportano che solo l’11,5% di pazienti sottoposti a trattamento chemioterapico aveva una corretta percezione dell’intento palliativo della terapia, mentre la maggior parte dei pazienti credeva che la chemioterapia fosse preventiva.

    Nel caso di prognosi infausta di tumore maligno e di cure palliative, è importante rendere consapevole il paziente, ancor più se costretto al trasferimento in una struttura quale Hospice, in quanto oltre al proprio dolore causato dalla malattia, si presenta un marcato stress psicologico e un turbamento emotivo dovuto all’incertezza e alla discrepanza tra aspettative e realtà.

    Negli Hospice i pazienti portano con sé la propria storia, i propri complessi, il proprio trascorso, la propria personalità. Il contributo psicologico e sociale nelle cure di fine vita si rivela un ingrediente fondamentale. Lo psico-oncologo in questa sede si fa promotore di una prassi curativa centrata sulla persona del paziente, sui suoi bisogni, sui suoi diritti, in particolare su quello dell’autodeterminazione.

    Uno dei principali obiettivi dell’intervento psicologico consiste nella personalizzazione della cura che deve tener conto di significati, storie, valori, volontà dei curati per orientare le scelte del malato esclusivamente e puramente secondo il modo in cui vive il suo morire, trovando la via per riconciliarsi con ciò e con chi sta lasciando.

    Paziente oncologico e psicologo

    La persona malata di tumore può trovarsi in una condizione di sofferenza o disagio psicologico di varia intensità pur non trovandosi in una fase terminale o palliativa.

    Il paziente può decidere spontaneamente di rivolgersi ad uno psicologo, oppure può accadere che siano i medici stessi ad indirizzarlo verso tale trattamento quando il suo comportamento interferisce con il piano terapeutico.

    In questi casi lo psico-oncologo può intervenire presso studi privati o centri di psicologia oncologica per iniziare un percorso costruito su peculiari bisogni, esigenze del paziente.

    La fase di trattamento può richiedere un intervento di sostegno per le ansie e paure legate all’intervento o alla terapia, per sensazioni di perdita di controllo e per aumento di vulnerabilità. Nella fase post-trattamento i pazienti devono fare i conti con i timori di eventuali ricadute quando i medici non controllano direttamente il decorso e quando non c’è un trattamento in atto.

    Effetti del percorso terapeutico-psicologico

    Gli obiettivi del percorso terapeutico di psico-oncologia sono tutti orientati al giovamento dello stato psico-emotivo delle persone affette da malattie neoplastiche, e sono:

    • • Reimpostare un canale di comunicazione tra il paziente e il suo contesto sociale (famiglia, amici)

    • • Favorire una migliore percezione e riconoscimento della malattia

    • • Riposizionare il locus of control

    • • Ristabilire una sensazione di controllo su alcuni fattori di stress

    • • Sviluppare la capacità di defocalizzarsi dalla malattia per riprendere attività pressoché quotidiane, qualora il grado di malattia lo permetta

    • • Gestione dello stress

    Per concludere

    La Psicologia Oncologica intende promuovere la salute, intesa in modo globale cioè psicofisico, del paziente attraverso un approccio multidisciplinare alla stessa patologia neoplastica. In questa ottica la Dott.ssa Floriana De Michele affronta la delicata tematica della patologia e in generale delle implicazioni psico-sociali dei tumori. I pazienti affetti da cancro vengono seguiti dalla Dottoressa nelle complesse problematiche psicologiche ed emozionali presso differenti strutture in base alle loro esigenze e al tipo di percorso medico che stanno affrontando:

    • • il proprio studio privato, sito al numero 1 di via Giuseppe Verdi ad Avezzano (AQ);

    • • l’Hospice "Serafino Rinaldi" di Pescina, una struttura residenziale in cui vengono trattati pazienti con patologie inguaribili;

    • • il Consultorio Familiare.

    Il tumore è una malattia invasiva che intacca non solo il corpo e il suo funzionamento cellulare, ma provoca forti ripercussioni sul sistema emotivo del paziente.

    Invade il soggetto affetto dalla malattia così come i suoi familiari e amici da un punto di vista psicologico. Vi sono molte malattie che possono avere una prognosi peggiore, ma il cancro è un argomento che suscita paura non appena viene pronunciata la parola stessa, indipendentemente dal grado di gravità diagnosticato.

    Se sei affetto da una malattia neoplastica e hai bisogno di un supporto psicologico, se hai l’esigenza di “uscire dalla paura”, non esitare a contattare la Dott.ssa De Michele attraverso l'apposito form nella pagina dei contatti.

    Se un tuo parente è malato di tumore e hai bisogno di rafforzare le tue difese per dargli il giusto sostegno, contatta la Dott.ssa per un consulto.



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