Interventi di emergenza psicologica: la sitazione politica ed ambientale.

psicologia dell'emergenza

Post Trentatre

27 Gen 2018 - pubblicato da Floriana De Michele

Attualmente l’uomo sta vivendo una fase storica a livello mondiale colma di eventi che possono essere definiti “traumatici”, come cataclismi, terremoti, conflitti, guerre portate avanti a nome di una Religione o di interessi economici e politici, atti terroristici. Questi fatti, ormai a portata di tutti grazie alla tecnologia e alla velocità di trasmissione delle informazioni, possono provocare reazioni psicologiche negative in chi vive gli eventi in prima persona (vittime primarie), ma anche in chi li vive in modo “differito” (vittime secondarie) avendo familiari e amici coinvolti come testimoni o vittime. La storia ci insegna che l’uomo ha sempre dovuto affrontare eventi globali traumatici. Rispetto al passato, oggi fortunatamente le persone possono contare su un supporto psicologico specialistico che fa capo alla psicologia dell’emergenza. Questa si occupa infatti dell’evento traumatico nella sua immediatezza rispondendo all’emergenza, cioè intervenendo nel momento dell’urgenza offrendo sostegno psicologico immediato. La psicologia dell’emergenza è in continuo sviluppo e ha un ampio ambito di studio e applicazione delle conoscenze psicologiche in situazioni fortemente stressanti che scardinano la routine quotidiana e le “normali” capacità di reazione e di probem solving da parte sia dei singoli sia delle comunità coinvolte. Queste condizioni critiche vengono provocate da eventi di grande dimensione collettiva (maxiemergenze). In particolare, i campi di azione in cui opera la psicologia dell’emergenza sono: calamità naturali (terremoti, uragani, alluvioni, frane, ecc.), disastri tecnologici come incidenti industriali o chimici o nucleari, atti terroristici, incidenti stradali o sul lavoro, atti delinquenziali violenti come rapine o torture o sequestri, calamità sociali come guerre ed epidemie.

La psicologia dell’emergenza ha l’obiettivo di comprendere e trattare nell’urgenza e in modo contingente i processi psicologici (psicofisiologici, cognitivi, emotivi, relazionali e comportamentali) attivati dai suddetti eventi che irrompono prepotentemente nella vita di tutti, tentando di contenere conseguenze negative sulle capacità di adattamento e sul benessere delle persone e delle loro comunità di appartenenza. Ma interviene anche nella prevenzione dei rischi, ad esempio con la formazione psicosociale preventiva degli operatori che dovranno prestare soccorso. Infatti, questo ramo della psicologia si rivolge non solo agli individui (testimoni, parenti e amici delle vittime) e alle comunità, ma anche agli stessi soccorritori – considerati come vittime terziarie – in quanto devono far fronte all’emergenza in modo diretto ritrovandosi ad agire, ad accogliere storie, sofferenze, vissuti personali e dinamiche relazionali e, al tempo stesso, portando in salvo vite, mettendo a repentaglio la propria incolumità per la salvezza dei coinvolti e dei sopravvissuti.

Tecniche di intervento

La psicologia dell’emergenza ha sviluppato tecniche di intervento e trattamento proprie della psicologia clinica applicate alle maxiemergenze. Esistono infatti specifiche tecniche per il trattamento delle vittime di evento traumatico utilizzate sia nella fase di emergenza, sia nella psicotraumatologia per i disturbi a lungo termine:

  • Defusing. Incontro breve dai 20 ai 40 minuti da effettuarsi subito dopo l’evento traumatico, rivolto a gruppi di 6-8 persone, durante il quale due conduttori facilitano la discussione aiutando ad esternare le sensazioni e le emozioni di ognuno al fine di diminuire e attenuare lo stress.
  • Debriefing. Procedura che si applica ai gruppi esposti ad aventi traumatici. È un incontro della durata di 2 / 4 ore per dare la possibilità di verbalizzare il trauma, confrontarsi, condividere l’esperienza traumatica e per comprendere quanto accaduto al fine di collocarlo nella realtà e integrandolo in modo costruttivo nel vissuto personale sia come individuo sia come gruppo. La dimensione di gruppo è cruciale poiché aumenta la condivisione, il senso di appartenenza, aumenta la vicinanza emotiva tra i componenti, stimola la condivisione, ma soprattutto favorisce la normalizzazione delle proprie reazioni in quanto ognuno rivede nell’altro il proprio vissuto e le stesse o simili difficoltà emotive.

In alcuni casi l’intervento psicologico subito dopo l’evento traumatico può non essere sufficiente a contenere disagi psicologici, in quanto potrebbero intervenire altri fattori quali traumi pregressi, predisposizione all’ansia e stati emotivi intimi. Può quindi accadere che alcuni soggetti (soprattutto le vittime primarie) sviluppino il disturbo post-traumatico da stress, o che il personale di soccorso possa andare incontro alla sindrome del burn out (definita come sindrome di esaurimento emotivo, di depersonalizzazione e derealizzazione, che può manifestarsi in tutte quelle professioni con implicazioni relazionali molto accentuate). Inoltre, finito il periodo dell’emergenza, una volta terminato il lavoro della Protezione Civile o dei Vigili del Fuoco o dell’Esercito ecc., le persone che sono state vittime a vari livelli dell’evento traumatico potrebbero vivere un senso di abbandono e smarrimento. In tutti questi casi è utile affiancare alle tecniche di intervento della psicologia dell’emergenza anche un intervento psicologico prolungato utilizzando metodologie specifiche della psicotraumatologia come il counselling, tecniche di rilassamento o la psicoterapia. In ogni caso, se non si interviene in modo tempestivo e mirato, l’impatto di eventi drammatici può compromettere sia l’equilibrio psico-fisico, sia il funzionamento della vita sociale e relazionale delle persone.

Nuove frontiere: lo psicologo nelle “squadre tecniche” di intervento

La psicologia dell’emergenza, come detto prima, risponde con urgenza all’evento traumatico offrendo sostegno psicologico, ma ha come obiettivo anche dare una formazione psicosociale preventiva agli operatori coinvolti nelle maxiemergenze, al fine di evitare la sindrome del burn-out o disturbi post-traumatici da stress. Per rispondere in modo ottimale a questo obiettivo sarebbe fondamentale la presenza dello psicologo nelle equipe multdisciplinari coinvolte nelle varie fasi dell’emergenza, formate quindi non solo da Vigili del Fuoco e Protezione Civile, ma anche da ingegneri, architetti, geometri, medici. Questi gruppi costituiti e aventi un obiettivo comune, sono chiamati “squadre tecniche”. Ad oggi, nonostante i ripetuti eventi che hanno colpito molte comunità (come i terremoti che hanno interessato l’Italia negli ultimi mesi), la figura dello psicologo non ha un ruolo definito e stabile all’interno delle squadre di lavoro, ma opera come settore a parte facendo riferimento appunto all’intervento della psicologia dell’emergenza, proprio perché i tecnici stessi non sono a conoscenza di quali possano essere i bisogni emotivo-relazionali cui rispondere rispetto a quelli più operativi. Un’integrazione delle diverse figure professionali però è possibile per una crescita tecnico / psicologica sia per la squadra di lavoro sia per le comunità e gli individui, alimentando la forza del gruppo e la qualità del lavoro.



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