Prevenzione della Violenza Domestica : Ruolo del consultorio.

prevenzione-violenza-domestica-nel-consultorio

Post Cinquantaquattro

30 Set 2018 - pubblicato da Floriana De Michele

Chi ricorda la filastrocca di A. Branduardi del 1976 ?

Alla Fiera dell'Est per due soldi

un topolino mio padre comprò.

E venne il gatto che si mangiò il topo

che al mercato mio padre comprò.

E venne il cane che morse il gatto

che si mangiò il topo

che al mercato mio padre comprò.

E venne il bastone che picchiò il cane

che morse il gatto che si mangiò il topo

che al mercato mio padre comprò.

E venne il fuoco che bruciò il bastone

che picchiò il cane che morse il gatto

che si mangiò il topo

che al mercato mio padre comprò.

E venne l'acqua che spense il fuoco

che bruciò il bastone che picchiò il cane

che morse il gatto che si mangiò il topo

che al mercato mio padre comprò.

E venne il toro che bevve l'acqua

che spense il fuoco che bruciò il bastone

che picchiò il cane che morse il gatto

che si mangiò il topo

che al mercato mio padre comprò.

E venne il macellaio che uccise il toro

che bevve l'acqua che spense il fuoco

che bruciò il bastone che picchiò il cane

che morse il gatto che si mangiò il topo

che al mercato mio padre comprò.

E l'Angelo della Morte sul macellaio

che uccise il toro che bevve l'acqua che spense il fuoco

che bruciò il bastone che picchiò il cane

che morse il gatto che si mangiò il topo

che al mercato mio padre comprò.

E infine il Signore sull'Angelo della Morte

sul macellaio che uccise il toro

che bevve l'acqua che spense il fuoco

che bruciò il bastone che picchiò il cane

che morse il gatto che si mangiò il topo

che al mercato mio padre comprò.

Alla Fiera dell'Est per due soldi

un topolino mio padre comprò.

Il testo originale della filastrocca è, apparso per la prima volta a Praga nel 1590, scritto in un misto di aramaico e ebraico. Il canto, semplice e orecchiabile, è adatto ai bambini, ma viene considerato dagli studiosi un'allegoria delle diverse dominazioni subite dal popolo d'Israele nel corso dei secoli: il topolino o la capra in originale, simboleggia il popolo ebraico; il gatto l'Assiria, il cane Babilonia, il bastone la Persia, il fuoco l'Impero Macedone, l'acqua l'Impero Romano, il bue i Saraceni, il macellaio i crociati, l'Angelo della Morte i Turchi. Infine Dio ritorna e conduce Israele alla salvezza.

Questa filastrocca rappresenta anche simbolicamente la storia filogenetica del bambino che diventa uomo, che diventa padre, e trova la salvezza nella comunità attraverso Dio, cioè attraverso la spiritualità. L’organismo vivente durante un lungo percorso aggressivo e violento, che lo impegna in una lotta per la sopravvivenza, sviluppa la spiritualità e la Psiche, che lo caratterizza finalmente per la sua umanità. E’ a questo punto che il singolo organismo può riflettersi nell’altro e può interiorizzarlo e considerare l’altro padre, fratello, amico o altro ancora; può relazionarsi con le persone e apprendere la necessità di stare insieme, con-vivere e rafforzare il proprio Io attraverso la collaborazione il sostegno e la difesa.

La funzione riflessiva è ciò che permette lo sviluppo dell’empatia, la possibilità della rappresentazione psicologica e la simbolizzazione del proprio stato interiore, che poi determina l’autoregolazione affettiva e il controllo degli impulsi. E’ l’esperienza del self-agency cioè l’automonitoraggio e la capacità di riconoscersi come gli attori delle proprie azioni (Fonagy P.,Target M.,”Attaccamento e funzione riflessiva”, Raffaello Cortina,Milano,2001)

La nascita della famiglia come primo ed essenziale gruppo comunitario e gruppo sociale è dovuta appunto allo sviluppo psicologico dell’umano attraverso i suddetti processi.

La famiglia è, dunque, il primo contenitore dove si può esprimere e sperimentare la violenza (leggi).

L’atto violento non è dato dall’atto in sé, ma dal valore sociale che quell’atto particolare acquista in una determinata comunità in un determinato momento storico dell’evoluzione spirituale umana. Si pensi per un attimo al problema delle guerre nel mondo di oggi, alle atrocità che comportano, ai diversi significati ad esse attribuiti e alle diverse reazioni comportamentali da parte delle varie popolazioni coinvolte, ma anche alle diverse opinioni di ognuno di noi che le giustificano o meno; oppure si pensi all’idea di “pena di morte” come atto punitivo rispetto a determinati crimini.

Essi sono atti violenti, altamente aggressivi e distruttivi, ma socialmente accettati e culturalmente interpretati e trasmessi.

Si evince, così, come aggressività e violenza siano due momenti di un processo relazionale in divenire che può essere osservato e compreso.

Il termine “aggressività” deriva dal latino aggredior (ad-gradior); significa andare, avanzare, ma anche attaccare. La preposizione ad- indica contro, ma anche verso, allo scopo di. Quindi aggredire significa andare verso, intraprendere, cercare di ottenere.

L’aggressività è necessaria alla sopravvivenza. La violenza può essere una sua conseguenza, non sono sinonimi. Come e quando avviene tale passaggio lo spiega validamente Konrad Lorenz con i suoi studi di etologia (Lorenz K.1963: On aggression. Trad it: Il cosiddetto male. Garzanti, Milano, 1974. Lorenz K. (1973): Gli otto peccati capitali della nostra civiltà. Adelphi, Milano, 1974) Egli, infatti, descrive un primo comportamento aggressivo detto “interspecifico”, che si attua tra individui di specie diversa ed è finalizzato alla ricerca del cibo per sopravvivenza, pertanto non comporta l’estinzione della specie. In questo comportamento manca l’intenzione di fare del male, non c’è manifestazione di rabbia e di ferocia (il gatto che attacca il topo). E, un secondo comportamento aggressivo detto “intraspecifico”, che si attua tra membri della stessa specie in competizione tra loro. In questo caso, l’aggressività ha il carattere di violenza e ciò che la rende tale è la comparsa di un nuovo soggetto: il “rivale” o “competitore”. L’aggressività come istinto, a questo punto, è posta al servizio di un comportamento intenzionale di attacco anche se sempre attuato per la conservazione dell’individuo e della specie. Lorenz dice che le funzioni più importanti dell’aggressività intra specifica sono:

  • 1) la selezione del membro più forte della comunità attraverso la competizione tra rivali ai fini della conquista della femmina più ambita, del cibo migliore, dell’ambiente più favorevole e della difesa del gruppo nei confronti dei nemici (ad esempio il comportamento di combattimento nel corteggiamento dei maschi verso la femmina e la scelta del più forte per la riproduzione).
  • 2) la migliore distribuzione della specie per un migliore sfruttamento delle risorse del territorio (spacing-out ); (ad esempio caratteristiche fisiche, psicologiche e culturali della specie in funzione del territorio abitato per cui gli europei si possono distinguere dagli asiatici o dagli africani ecc..)
  • 3) la protezione della prole e la segnazione del territorio particolarmente evidente in quegli animali come l’uomo, che si occupano attivamente della cura dei propri piccoli (selective breeding ), (ad esempio la paura della diversità fisica/antropologica che fa temere l’attacco da parte dell’estraneo per paura di perdere il cibo essenziale alla sopravvivenza).

L’aggressività intra-specifica è, dunque, la base inconscia della violenza domestica, cioè di quell’aggressività esercitata intenzionalmente verso un altro oggetto d’amore, affettivamente vicino e che viene espressa attraverso ACTING OUT, cioè senza mediazione delle dimensioni cognitive e razionali che possono venire a mancare per molte ragioni e che comunque pongono i soggetti in uno stato di regressione psichica particolare. Scrive Konrad Lorenz: “Non c’è amore senza aggressione” .

Gli studi sull’attaccamento iniziati da John Bowlby, sulla scia della teoria etologica e psicoanalitica, confermano come l’aggressività sia una componente innata dell’essere umano avente un significato adattivo ed evolutivo, per cui il comportamento aggressivo è attivato da situazioni ambientali percepite come minaccia o pericolo. Le ragioni della sua esistenza possono essere ricondotte a quattro ambiti fondamentali:

  • 1) un’esperienza infantile di deprivazione materna;
  • 2) un comportamento di protesta teso ad evitare esperienze di separazione e di perdita;
  • 3) uno sviluppo carente della funzione riflessiva legato ad abusi, maltrattamenti o scarsa sensibilità̀ genitoriale;
  • 4) lo sviluppo di un attaccamento insicuro (Evitante-Distanziante;Preoccupato). (Franco Baldoni, Aggressività, comportamento antisociale e attaccamento,In: Crocetti G., Galassi D. (a cura di):Bulli marionette. Bullismi nella cultura del disagio impossibile. Pendragon, Bologna, 2005).

La violenza è, pertanto, prima di tutto un modo di comunicare all’interno delle relazioni umane, dove l’aggressività può portare alla “criminalità” ed in questo senso, le persone violente e le vittime si possono trovare in tutti gli strati sociali, indipendentemente dal grado di educazione, reddito, status, cultura, origine ed età, rappresentando una grave compromissione per la salute psico-fisica degli adulti e dei bambini. La violenza è un problema di salute per l’individuo, la famiglia e la comunità.

L’OMS (WHO, World Health Organization 2002) definisce la violenza nella sua accezione globale come: “l’uso intenzionale della forza fisica o del potere, minacciato o reale, contro se stessi, altre persone o contro un gruppo o una comunità, da cui conseguono o da cui hanno una alta probabilità di conseguire lesioni, morte, danni psicologici, compromissioni nello sviluppo o deprivazioni”.

La violenza domestica riguarda le donne, ma anche i loro figli. Essa comporta conseguenze dannose per i bambini a breve, medio e lungo termine, a livello emotivo, cognitivo, comportamentale, fisico-relazionale determinando le relazioni future dei bambini da adulti.

Si parla di assistita intrafamiliare per descrivere l’esperienza di qualsiasi forma di maltrattamento, compiuto attraverso atti di violenza fisica, verbale, psicologica, sessuale, economica e atti persecutori (stalking) su figure di riferimento o su altre figure affettivamente significative, adulte o minorenni, a cui assiste un/una bambino/a o adolescente.

Un ambiente familiare che non è in grado di dare il giusto supporto e la giusta fiducia, condizione necessaria per lo sviluppo di autostima e del senso di autoefficacia, che, anzi, espone il bambino a momenti di violenza perpetrata da un coniuge verso l’altro, tenderà a “congelare” le emozioni del bambino. Egli rimarrà bloccato di fronte alla violenza, non essendo in grado di prendere la giusta distanza da entrambi i genitori, contemporaneamente aggressori e vittime; non potendo percepire la possibilità di mettersi al sicuro si sentirà maggiormente al rischio di subire violenza egli stesso. Tutto ciò può determinare lo sviluppo di uno stile di personalità passivo-dipendente e la possibilità della trasmissione intergenerazionale della violenza.

La natura psicologica del problema socio sanitario individuata nella violenza domestica è evidente nelle manifestazioni della stessa nelle costellazioni relazionali tipo: violenza contro le donne nei rapporti di coppia e nelle situazioni di separazione; contro gli uomini nei rapporti di coppia e nelle situazioni di separazione; coinvolgimento di minori nella violenza nei rapporti di coppia e nelle situazioni di separazione; nei rapporti di coppia fra giovani; violenza fra adulti in altri rapporti familiari, per es. nell’ambito dei matrimoni forzati; contro membri anziani del nucleo familiare; nei rapporti fra anziani; dei genitori o dei loro partner contro bambini e adolescenti; contro bambini e adolescenti in altri rapporti familiari; violenza di bambini e adolescenti contro i genitori; violenza tra fratelli e sorelle.

Il Consultorio Familiare

Il Consultorio Familiare è una struttura socio-sanitaria, pubblica o privata convenzionata dell’Azienda Sanitaria Locale. La legge n. 405 del 29 Luglio 1975, che ha istituito i Consultori Familiari li definiva: “Servizi di assistenza alla famiglia ed alla maternità”. All’art 3 recita: Il personale di consulenza e di assistenza addetto ai consultori deve essere in possesso di titoli specifici in una delle seguenti discipline: medicina, psicologia, pedagogia ed assistenza sociale, nonchè nell'abilitazione, ove prescritta, all'esercizio professionale. La L.R. 26 aprile 1978, N. 21, intitolata ”Istituzione del servizio per l'assistenza alla famiglia, all'infanzia, alla maternità e alla paternità responsabili” all’art.2 ne definisce le Finalità nel seguente modo: “Il servizio di assistenza alla famiglia ed alla maternità, al singolo ed alla coppia, persegue le seguenti finalità:

  • a) l'assistenza psicologica e sociale per la preparazione alla maternità ed alla paternità responsabili e per i problemi della coppia e della famiglia anche in ordine alla problematica minorile;
  • b) la somministrazione dei mezzi necessari per conseguire le finalità liberamente scelte dalla coppia e dal singolo in ordine alla procreazione responsabile, nel rispetto delle convinzioni etiche e dell'integrità fisica degli utenti;
  • c) la tutela della salute della donna e del prodotto del concepimento;
  • d) la divulgazione delle informazioni idonee a promuovere ovvero a prevenire le gravidanze consigliando i metodi ed i farmaci adatti a ciascun caso per il conseguimento di una equilibrata vita sessuale sia dal punto di vista sanitario che psicologico;
  • e) la diffusione delle conoscenze scientifiche in merito all'igiene della gravidanza e alla fisiologia del parto, alle malattie ereditarie, familiari e congenite;
  • f) la promozione di indagini, di incontri, di dibattiti con gli utenti del servizio di cui alla presente legge e ogni altra iniziativa volta alla conoscenza e alla divulgazione delle finalità e delle prestazioni del servizio;
  • g) la collaborazione tra i servizi consultoriali e le altre strutture sanitarie al fine di assicurare la continuità e la integrazione dei vari momenti assistenziali”.

Le attività svolte e i servizi prestati, come si può osservare, sono indirizzati ad incidere sui passaggi essenziali della vita: la costituzione della famiglia, la nascita di un figlio, il diventare genitore, l’adolescenza, il passaggio dalla fase adulta all’anzianità; essi sono organizzati in base ad un lavoro di équipe, ove con questo termine si intende un gruppo di lavoro formato da professionisti specializzati in vari settori che collaborano al fine di aiutare tutti i cittadini a far fronte ai loro bisogni e a garantire la tutela della salute.

Nella slide che segue l’immagine di un opuscolo informativo sulle attività dei consultori familiari di parecchi anni fa .

Di cosa si occupa il Consultorio Familiare

Gli obiettivi del Consultorio Familiare si possono riassumere in pochi punti:

  • Promuovere l’integrazione sociosanitaria essendo il consultorio il punto di riferimento per la promozione e il benessere di tutti i componenti della famiglia.
  • la somministrazione dei mezzi necessari per conseguire le finalità liberamente scelte dalla coppia e dal singolo in ordine alla procreazione responsabile, nel rispetto delle convinzioni etiche e dell'integrità fisica degli utenti;
  • Rilanciare e potenziare le funzioni di prevenzione del consultorio, attraverso interventi sul territorio per costituire una valida risposta alla solitudine ed alla fragilità delle famiglie, esposte ad una maggiore complessità e disgregazione della società.
  • Promuovere e sviluppare una rete di servizi vicini alla famiglia, capace di mettere in comunicazione le diverse realtà, pubbliche e private, operanti in questo importante e delicato settore, al fine di fornire risposte concrete attraverso azioni efficaci e misurabili.

Le figure professionali che compongono l’équipe del Consultorio Familiare:

ginecologo, pediatra, ostetrica, infermiere, assistente sanitaria

Il ruolo di questi professionisti è peculiare poichè si pongono come vettori di cultura della salute e della prevenzione a 360°, in atteggiamento di attivazione e di reattività nei confronti dei bisogni dell’utenza. Professionisti della salute della donna e del bambino li seguono nei vari percorsi esistenziali con un compito articolato e complesso, accompagnandoli verso scelte consapevoli.

Lo psicologo

La psicologia è la disciplina che ha una funzione cardine, come previsto dalla legge, di collante per tutte le altre discipline poiché le arricchisce di umanità, favorendo la comunicazione tra di esse. Lo psicologo come opera?

  • evidenzia i nodi critici di un’organizzazione, analizza la loro natura e la loro costruzione, interviene sul singolo, sul gruppo e sull’intero sistema, per superare le crisi.
  • Rileva le risorse, i punti di forza e le aree critiche dell’individuo, del suo contesto familiare e sociale;
  • Promuove l’elaborazione di interventi personalizzati, tenendo conto dei servizi presenti nel territorio di appartenenza, facilitandone l’utilizzo;
  • Mette in atto interventi di formazione e di supervisione individuale e di gruppo rivolti ai vari operatori sociali e sanitari per potenziare le loro competenze comunicative e relazionali.

Lo Psicologo è la figura professionale di riferimento per tutte le persone che desiderano monitorare e migliorare il proprio benessere psicologico, potendo essere di aiuto nell'ottimizzazione della qualità della vita. Egli può offrire, infatti, il necessario supporto alle normali crisi di crescita, o all'adattamento ad eventi particolarmente significativi della vita (ingresso scolastico, adolescenza problematica, matrimonio, gravidanza, separazione, traumi, malattia e lutto). L’attività dello psicologo ha l’obiettivo di favorire il cambiamento, potenziare le risorse e accompagnare gli individui, le coppie, le famiglie, le organizzazioni (es. scuola, azienda) in particolari momenti critici o di difficoltà. Le attività psicologiche svolte all’interno dei Consultori Familiari comprendono un ventaglio di prestazioni che vanno dai corsi di psicoeducazione, di crescita personale, preparazione al parto, corsi di educazione sessuale ed affettiva per i giovani, alle psicoterapie individuali, di coppia o familiari. In ogni Consultorio Familiare lo psicologo lavora con livelli di intensità diversi in molteplici aree, interagendo con fasce di popolazione molto differenziate tra loro per età, tematiche e problematiche.

L'assistente sociale

L’assistente sociale nel Consultorio Familiare interviene sugli aspetti giuridici e inerenti il diritto, facendosi portatore di tutti gli aiuti sociali e sanitari presenti nel territorio dei quali la persona e il nucleo familiare possono fruire. L’assistente sociale deve, infatti, conoscere i soggetti attivi in campo sociale, sia privati che pubblici, e ricercarne la collaborazione per obiettivi e azioni comuni che rispondano in maniera articolata, integrata e differenziata a bisogni espressi, superando la logica della risposta assistenziale e favorendo la promozione di un sistema di rete integrato. Il suo ruolo cardine, come previsto dalla legge, contribuisce a sviluppare nelle persone che si rivolgono al consultorio la conoscenza e l’esercizio dei propri diritti-doveri nell’ambito della collettività.

Tutti i singoli operatori che formano l’èquipe sono deputati all’accoglienza degli utenti e alla presa in carico in équipe della richiesta di aiuto espressa dalle persone, dei loro bisogni e del disagio connesso alla situazione di crisi che vivono. Nella nostra realtà locale troppo spesso i consultori familiari sono sprovvisti di personale e quello presente è a tempo parziale. Lo psicologo e l’assistente sociale sono figure dalle quali non si può prescindere se ci si vuole attenere pienamente alla mission socio sanitaria dei consultori familiari.

L’importanza del servizio consultoriale in continuità di sviluppo evolutivo delle persone, delle famiglie e della comunità territoriale con il servizio prestato dall’Hospice e la centralità che assume per l’integrazione dei servizi sanitari ad essi rivolti è stata sviscerata nell’evento “L’integrazione dei servizi sanitari. Il ruolo della psicologia verso una salute di comunità” proprio nell’ottica della funzione generale di prevenzione e di promozione della salute, in termini non solo di cura e assistenza delle patologie, ma nella loro azione fondamentale di formazione per stili di vita sani della comunità.

La L. n. 328/2000 “Legge quadro per la realizzazione del sistema integrato di interventi e servizi sociali” , infatti, ha restituito vigore al ruolo di prevenzione dei Consultori in quanto il Consultorio ha sempre pensato in modo olistico sull’unicità e unitarietà della persona, mettendola, insieme alla famiglia, al centro di una rete, individuando in maniera chiara i soggetti istituzionali che partecipano alla costruzione del Sistema Integrato degli interventi e dei servizi alla persona: ASL , Comuni, Provincie ed altri soggetti della vita comunitaria stringendo con gli stessi un patto di solidarietà per la promozione della salute La persona è una e irripetibile, con i propri complessi bisogni, e necessita che il sistema salute si approcci ad essa tenendo particolare riguardo alla sua “globalità” intesa come stato di benessere. Affinchè il benessere diventi una qualità dell’ ”essere”, la salute deve presentarsi come espressione dell’incontro tra le componenti della persona: la sua mente, il suo corpo e la sua vita di relazione e cioè tra i sistemi cognitivi della singola persona, le sue espressioni di vita corporea e le sue relazioni socio-ambientali. Infine le risposte dello stesso sistema salute ai suoi bisogni, in termini di offerta di interventi, per essere efficaci non possono prescindere dalla condivisione delle stesse con la “persona” e con la “famiglia.

In quest’ottica, la violenza domestica, appare la forma più diffusa di violenza di genere al mondo, che si riferisce non tanto ad una tipologia di violenza, bensì ad una tipologia di aggressore, che opera le violenze da soggetto maltrattante legato da un rapporto intimo alla vittima configurandosi come una patologia della famiglia.

Il consultorio familiare si è sempre assunto il carico di una tale problematica attraverso l’azione professionale specifica di tutti gli operatori attuando progetti di lavoro per le famiglie portatrici di tale grave problema.

L’azione preventiva che oggi svolge il consultorio, tuttavia, deve essere rivista e mirata: serve un progetto che permetta di conoscere nel profondo le famiglie del nostro territorio e mi riferisco a tutta la nostra provincia. E’ necessario che il consultorio sia messo nella condizione di produrre evidenze in questo senso affinché si possano costruire percorsi sanitari e servizi adatti alle persone per poterne usufruire.

Ad oggi, tuttavia, la crisi del welfare fa prevalere la logica managerialista verso la personalizzazione e la standardizzazione degli interventi e delle procedure di assessment finalizzate a valutare i requisiti di accesso, mal considerando i requisiti standard previsti dalla legge n.34/96. I consultori familiari, purtroppo, sembrano svuotati di tutte le loro potenzialità di costruire salute perché se non si affronta seriamente il problema del personale, prima di tutto quello psicologico e sociale, non possono esistere équipe di lavoro e visioni unitarie della salute come benessere comunitario.

Il ruolo del consultorio nella prevenzione della violenza

L’approccio olistico, proprio del lavoro consultoriale, permette l’ascolto dell’individuo e del suo nucleo familiare immaginandoli sempre collegati alla rete dei servizi territoriali. Il consultorio funge da raccordo nella comunità al fine di prevenire il disagio e promuovere la salute attraverso risposte globali. Questo è quanto si intende per salute di comunità, sviluppata dai servizi territoriali.

Un esempio di intervento che fino a qualche anno fa veniva attuato presso il consultorio di Civitella Roveto era la pratica dell’Home Visiting, con cui la gestante viene a contatto con tutte le figure consultoriali. Il fine era quello di identificare precocemente i segnali di disagio e di attivare interventi di sostegno preventivo a difficoltà di cura e gestione della genitorialità fin nel suo primo instaurarsi. Attraverso un accordo con i comuni della Valle Roveto che le segnalavano al consultorio, si conoscevano tutte le donne che partorivano e che ricevevano la visita dell’assistente sanitaria che le aiutava a conoscere e a chiarirsi tutti i dubbi relativi per es. all’allattamento e alla cura del nuovo nato. Da quel primo contatto iniziava la serie degli incontri, ad esempio con la psicologa per il sostegno alla madre spesso sola in quanto nella Valle Roveto gli uomini lavorano spesso all’estero o comunque in città che non permettono di stare a casa giornalmente, e a rischio di depressione ecc… Questi come l’OMS stesso ha evidenziato sono fattori di rischio rispetto all’instaurarsi di condotte inadeguate e maltrattanti sulla prole. “documento dell’OMS del 2006: Preventing child maltreatment: a guide to taking action and generating evidence” La violenza domestica, come fenomeno in generale, nei confronti dell’infanzia o di un genitore o tra genitori, così come emerge dagli studi delle relazioni famigliari, si conferma essere una patologia della relazione e, quindi, l’obiettivo principale del consultorio dovrebbe essere “restaurare il capitale sociale lavorando a livelli diversi sulle relazioni familiari e scambiando risorse con esse” attraverso la collaborazione diretta o indiretta ad esempio tramite associazioni famigliari M.Moscatelli, (Centro Ateneo Studi e Ricerche sulla Famiglia dell’Università Cattolica di Milano, slide 3, apr.18). Le ricerche in tal senso mettono in luce come il capitale sociale, cioè i beni relazionali, quindi i legami sociali affidabili generati dai rapporti familiari, possa essere un predittore di benessere psicofisico della famiglia e dei suoi membri e come ciò si “riverbera all’esterno in modalità generativa, con la generazione di beni collettivi e comuni, cioè a buon sviluppo sociale” M.Moscatelli, (Centro Ateneo Studi e Ricerche sulla Famiglia dell’Università Cattolica di Milano, slide 3, apr.18)

La violenza non è il risultato del buon sviluppo sociale, ma è il problema che si intende prevenire

L’atto violento non è dato dall’atto in sé, ma dal valore sociale che quell’atto particolare acquista in una determinata comunità in un determinato momento storico dell’evoluzione spirituale umana. Si pensi per un attimo al problema delle guerre nel mondo di oggi, alle atrocità che comportano, ai diversi significati ad esse attribuiti e alle diverse reazioni comportamentali da parte delle varie popolazioni coinvolte, ma anche alle diverse opinioni di ognuno di noi che le giustificano o meno; oppure si pensi all’idea di “pena di morte” come atto punitivo rispetto a determinati crimini.

Etienne Krug (Direttore del Dipartimento di prevenzione di lesioni/danni e violenza presso l’OMS a Ginevra,WHO World Health Organization (2006), Preventing Child Maltreatment: a guide to taking action and generating evidence; trad it. Prevenire il maltrattamento sui minori: indicazioni operative e strumenti di analisi, Prefazione, IX, Ferrara 2009) parlando della prevenzione del maltrattamento all’infanzia conferma la visione della violenza domestica come una patologia relazionale che ha precise caratteristiche sanitarie e pertanto, nell’azione preventiva è cruciale che si acquisisca “l’importanza data ad altri problemi gravi riguardanti la salute pubblica, con conseguenze che colpiscono i bambini per tutta la vita, come Hiv/Aids, fumo e obesità”.

Le caratteristiche sanitarie sono:

  • l’ereditarietà, nel senso che, appartenendo alla categoria dei comportamenti appresi, si può trasmettere in linea transgenerazionale: una coppia violenta «educa», anche inconsapevolmente, i figli alla violenza e, quindi, può «generare» futuri genitori violenti;
  • il contagio, perché stili di vita violenti inquinano, invadendola, l’atmosfera relazionale complessiva, contagiando chi vi si trova a vivere; un comportamento violento, infatti, suscita facilmente risposte violente, trasmette da un soggetto all’altro il virus della violenza, provoca l’adattamento a situazioni violente, suggerisce giustificazioni a comportamenti violenti, costruisce consenso attorno a modalità violente di difendere le proprie ragioni;
  • la patologia che, se non precocemente curata, tende alla cronicità, ed è degenerativa: il virus si potenzia nel tempo, invade zone sempre più ampie delle relazioni, passando dalla violenza interpersonale alla violenza domestica, alla violenza familiare, fino a quella di gruppo e di banda, a quella sociale e politica, innescando sequenze relazionali in escalation che sfuggono facilmente al controllo degli stessi attori e che possono giungere fino a compromettere la vita propria o altrui;
  • la pericolosità e non solo per la vittima. La violenza si rivela spesso pericolosa anche per chi la esercita, esponendolo al rischio di commettere reati e di diventarne vittima e trovarsi a pagare pesantemente le conseguenze di gesti inconsulti sia sul piano giudiziario, sia sul piano delle relazioni parentali, amicali, sociali, dalle quali può venire emarginato in seguito;
  • la terapia. La violenza, infatti, non regredisce spontaneamente anzi chi vuole guarire deve affrontare percorsi di recupero impegnativi ed esposti al rischio di ricadute.

Il metodo preventivo e i trigger di riconoscimento

La prevenzione del disagio causato dalla violenza si attua lungo un continuum a diversi livelli: da un lato si individuano gli interventi di carattere generale che promuovono il benessere della popolazione e ne favoriscono la consapevolezza, dall’altro lato si individuano le azioni che mirano a ridurre gli effetti negativi della violenza.

Esistono tre livelli di prevenzione.

I livello o prevenzione primaria: ha carattere di universalità, è rappresentato dalla rete dei C.F ed assolve la promozione della salute e la presa in carico dei casi;

II livello o prevenzione secondaria: ha carattere di selettività, è rappresentato dagli ambulatori specialistici del Distretto e dell’Ospedale e assolve l’attività di diagnosi e cura ambulatoriale;

III livello o prevenzione terziaria: ha carattere di specificità e assolve all’attività di diagnosi e cura ospedaliera.

I primi due livelli si traducono in approcci proattivi mentre il terzo livello è tipico degli approcci reattivi come dire che: “quando il danno è fatto è fatto”.

La violenza domestica, soprattutto nell’aspetto della violenza di genere e del maltrattamento o abuso minorile è attualmente un problema socialmente rilevante selezionato per la sua frequenza e gravità, ma può perdere la sua priorità se nel sistema dei servizi pubblici non si raggiunge la sezione di popolazione a più alto rischio.

Il consultorio familiare come servizio socio-sanitario territoriale, alla luce di quanto fin’ora detto, può attuare le seguenti strategie d’intervento mettendo in atto programmi che tengano conto di:

  • 1. Prevalenza di fattori protettivi : aiuto e sostegno al bambino e alla famiglia vittime di violenza (riparazione del danno - prevenzione terziaria)
  • Compresenza di fattori di rischio, amplificazione del rischio e fattori protettivi: protezione del bambino- potenziamento delle risorse familiari- monitoraggio del bambino e della famiglia (Individuazione delle situazioni problematiche – prevenzione secondaria)
  • Assenza di fattori protettivi: protezione e tutela del bambino- prescrizioni alla famiglia- valutazione delle risorse della famiglia (Promozione della salute psicofisica e sociale – prevenzione primaria).

Attivatori della violenza domestica o Trigger

E’ importante classificare il comportamento aggressivo e violento evidenziandone tutte le fasi che lo determinano:

  • Fase del trigger (fattore scatenante) - Intensificazione di una stimolazione avversativa. - Disinibizione indotta da sostanze. - Percezione della mancanza di alternative - Presenza di fattori di provocazione (veri o presunti) come insulti o derisioni - Esperienza di fattori stressanti maggiori (recenti perdite, eventi catastrofici).

    I Trigger sono di natura psicologica, sociale e comunitaria ad esempio: problematiche di salute mentale, disturbi della relazione, povertà, mancanza di lavoro, mancanza di sostegno all’abitare e di sostegno in tutte le fasi critiche della vita. Sostegno economico per le giovani coppie, sostegno nella terza età sistema politico di riferimento, mancanza di politiche locali di sostegno, mancanza di associazioni di volontariato, enti religiosi e laici che aiutano a percepire il senso di appartenenza

  • Fase dell’escalation - Approccio verbale mirato alla riduzione progressiva della posizione violenta. - Avviare una negoziazione che recepisca il contenuto emotivo e razionale della crisi ma ne modifichi il percorso comportamentale. - Una manovra aggiuntiva può essere l’allontanamento dal contesto soprattutto quando fattori ambientali contribuiscono a determinare la condizione di crisi.

Le due fasi possono considerarsi di pre-aggressione e sono caratterizzate sul piano clinico da segni prodromici quali tensione e irrequietezza. E’ importante assumere precocemente la responsabilità della situazione e non adottare atteggiamenti di evitamento.

L’assenza di un feedback appropriato verso una comunicazione violenta evoca di per sé un innalzamento del livello del rischio, essendo interpretata dal paziente come debolezza dell’interlocutore ed incentiva la prosecuzione del comportamento in atto.

E’ importante ribadire che lo psicologo si concentrerà nella fase prima di osservazione, sull’individuazione di tutti i possibili trigger siano essi di natura psicologica, sociale o comunitaria e solo successivamente, nella fase clinica del lavoro, sulla cura delle ferite dell’anima.

Valutare le famiglie attraversate da disagio e/o da dinamiche violente o trascuranti in termini di fattori di rischio significa, in una prospettiva più ampia di responsabilità sociale, cogliere le difficoltà degli adulti che mettono a rischio o danneggiano lo sviluppo del bambino, individuando coloro che hanno maggiormente bisogno di aiuto per intervenire prima che si verifichino o che si ripetano gli episodi di violenza.

La riduzione dei comportamenti violenti nella nostra realtà territoriale

Prevenzione primaria :

  • Visita psicologica di primo accesso e rilevazione dei bisogni
  • Ricerca studio sul capitale sociale familiare
  • Educazione alla sessualità nelle scuole
  • Educazione alla legalità nelle scuole: Incontri a tema su bullismo e violenza domestica

Prevenzione secondaria

  • Gruppo di supporto alla genitorialità
  • Gruppo per familiari di pazienti con malattie croniche
  • Consulenze di coppia , Psicoeducazione

Prevenzione terziaria

  • Valutazione delle capacità genitoriali ai fini giuridici
  • Psicoterapia

Attività

  • Incontri info-formativi ed educativi per le famiglie
  • Ascolto e consulenza psicologica
  • Mediazione culturale e interculturale
  • Mediazione familiare, adozione e affido familiare
  • Formazione e sostegno alla genitorialità
  • Consulenza ai minori
  • Psicoterapia
  • Educazione sessuale e all’affettività nelle scuole



Se hai trovato interessante questo articolo, puoi leggere anche: Violenza, depressione, suicidio: psicologia del gaslighting.


Chiamami con Whatsapp

Chiamami: 3391249564

Mandami un messaggio

Nome

E-mail

Oggetto

Messaggio