Omofobia, omosessualità e virilità artefatta: psicologo Avezzano.

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13 Sep 2019 - pubblicato ad Avezzano, da Floriana De Michele

"Omofobia" origine del termine

L’omofobia rappresenta un atteggiamento figlio di secoli di persecuzione nei confronti degli omosessuali, una persecuzione cominciata con la teologia cristiana.

Tutti ricordiamo il racconto Biblico di Sodoma e Gomorra, il racconto è stato nel tempo usato per demonizzare il comportamento deprecabile degli abitanti di Sodoma, colpevoli di atti immondi del corpo, coniando il termine “sodomia” che comunque era ancora lontano dal nostro moderno concetto di omosessualità.

Nel corso dei secoli il concetto di sodomia si confonde e la Chiesa indica come “sodomitiche” attività sessuali fra persone dello stesso sesso, ma anche ogni atto sessuale che non avesse come scopo la procreazione.

Dobbiamo attendere diversi secoli per vedere comparire nel vocabolario comune un concetto prima sconosciuto che è l’omosessualità che non va considerato come un sinonimo moderno della sodomia medievale.

Lo scrittore austriaco Karl Maria Benkert, nel 1869 conia il termine “omosessuale”, sperando di spazzar via il concetto teologico, intriso di giudizio morale, fornendo un più accettabile aspetto scientifico nella speranza che si potessero lasciare da parte i preconcetti.

Il sistema religioso nel tempo viene progressivamente sostituito da quello medico e così anche il concetto di sodomia.

La sostituzione non ha avuto l’effetto sperato perché di fatto il passaggio è stato quello di considerare i SODOMITI come capaci di atti immondi, fino ad arrivare a pensare agli OMOSESSUALI, nella più moderna concezione ottocentesca, come affetti da una malattia mentale, preparando terreno fertile all’omofobia.

Nel 1868 Wilhelm Griesinger, un medico che lavorava in un manicomio di Berlino, definisce i rapporti tra persone dello stesso sesso come una malattia mentale.

L’omofobo oggi crede di rappresentare la parte sana della società e giudica gli altri esseri umani considerando, in modo tremendamente riduttivo, soltanto l’aspetto relativo alla loro sessualità.

"Omofobia" diffusione del fenomeno

Cerchiamo di capire però perché l’omofobia sia un fenomeno così diffuso.

La differenza di genere, quindi essere “maschi” e “femmine” è qualcosa che viene appreso. Nella nostra società il timore di essere considerati dei deboli, il controllo dei sentimenti sono elementi che definiscono il modo di essere uomo e di esserlo nel modo giusto. Essere uomo scaturisce soprattutto dall’opposizione all’essere femminile (femminilità in senso stereotipato).

Essere donna, invece sembra significare essere sentimentali e deboli. Sono differenze che ci vengono insegnate da subito e già durante l’infanzia i bambini e le bambine hanno ben chiare questa dicotomia.

Come sostiene Badinter (saggista e filosofa francese, Elisabeth Badinter) La virilità non è innata va costruita o per così dire fabbricata; l'uomo è quindi in un certo senso un artefatto e, in quanto tale, corre sempre il rischio di essere colto in fallo". ().

Avremo così uomini caratterizzati da un potente bisogno di dimostrare l’essere virile e dotati di una vera esigenza a prendere le distanze da tutto ciò che è considerato femminile.

Seguendo Karen Franklin (psicologa forense California School of Professional Psychology) possiamo quindi considerare l’omofobia come componente fondamentale nella costituzione dell'identità virile e di conseguenza i comportamenti violenti e discriminatori che ne scaturiscono rappresentano un tentativo di affermazione di identità di genere.

"Omofobia" tra derisione ed aggressione

Deridere ed aggredire gli omosessuali rientrerebbe nel contesto di pratiche dove ciò che conta è dimostrare di far parte di un preciso genere (troppo spesso confondendo sesso e genere dove “essere donna e/o uomo viene fuso con essere donne e/o uomini) distanziandosi e rifiutando tutto ciò che non è inquadrabile negli insegnati ricevuti, esaltando e celebrando la propria eterosessualità.

Vorrei porre l’attenzione su uno studio di Emanuele Jannini, docente di sessuologia all’università di Tor Vergata.

Egli sostiene che l’omofobia andrebbe trattata come se ci trovassimo davanti ad una malattia mentale.

Jannini è stato il primo a studiare l’omofobia scientificamente e ha pubblicato i risultati sul Journal of Sexual Medicine. Lo studio ha coinvolto più di 500 studenti fra i 18 e i 30 anni e intendeva stabilire una relazione fra alcuni tratti di personalità e lo sviluppo dell’omofobia.

Le domande sottoposte agli studenti erano volte ad indagare il loro atteggiamento nei confronti dell’omosessualità.

Il confronto dei dati ha fatto emergere come soggetti dalla personalità debole, fragile e timorose siano più’ a rischio per un probabile sviluppo di idee omofobe.

Gli uomini inoltre, sembrano essere più a rischio di sviluppare atteggiamenti omofobi rispetto alle donne.

Secondo il professor Jannini questa differenza dipende dal fatto che gli uomini hanno un’identità più fragile e sono portati ad affermare la propria mascolinità per avere continue conferme.

Lo studio ha dimostrato inoltre che esiste una correlazione tra il rifiuto per gli omosessuali e alcune patologie potenzialmente gravi.

L’emergere di atteggiamenti omofobi sembra quindi essere legati a debolezze quasi patologiche e secondo il professor Jannini gli omofobi devono essere trattati come se fossero pazienti dalla personalità debole, che reagiscono a delle mancanze ricorrendo a comportamenti asociali e a volte violente.

“Qualora si accerti che sia vergognoso essere coinvolti in rapporti sessuali tra uomini, questo si deve a cattiveria da parte dei governanti ed a codardia da parte dei governati.” PLATONE

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