IL DISTANZIAMENTO SOCIALE E IL SENSO DI MORTE

distanziamento sociale e senso di morte

Post OttantaSei

26 Mag 2020 - pubblicato ad Avezzano ,da Floriana De Michele

IL DISTANZIAMENTO SOCIALE E SENSO DI MORTE

Le nostre relazioni si svolgono all’interno di una continua dialettica tra momenti di condivisione profonda con l’altro e momenti di separazione dall’altro, necessari all’individuazione. Si tratta di due processi complementari che accompagneranno tutte le nostre relazioni. Il lockdown a cui il coronavirus ha costretto la società italiana in tutte le sue organizzazioni istituzionali (famiglia lavoro scuola) ad un ritiro personale attraverso il quale tutti sono stati obbligati a mettere una distanza di sicurezza dagli altri e a ritirarsi all’interno della propria famiglia, ammesso che se ne possegga una, riattivando meccanismi di attaccamento primordiali con tutte le gioie ed i conflitti insiti in questo tipo di relazioni.

ATTACCAMENTO E DISTACCO

Il primo momento di condivisione intima risale alla nascita. Quando veniamo al mondo siamo essere indifesi, dipendenti e accumunati dal bisogno assoluto della presenza di una figura che si prenda cura di noi. Questa presenza, per lo più fisica nei primi significa sicurezza e la paura di separarci da lei è il primo grande terrore che conosciamo. Questo comportamento d’attaccamento ha una funzione auto conservativa. I neonati, così come i cuccioli delle altre specie animali, fanno in modo di restare vicini alla madre per assicurarsi protezione dai pericoli del mondo esterno. A un certo punto però, mossi dal desiderio di affermarci come Sé separato, lasciamo questo stato di fusione e ci avventuriamo lungo la strada dell’individuazione. L’esperienza simbiotica non è sufficiente al bambino perché si senta riconosciuto nel proprio Sè. Occorre mettere distanza, occorre separarsi. L’atto di separazione, anche fisico, si collega all’emergenza del bambino di uscire da uno stato fusionale, che non riconosce l’alterità, per costruirsi la propria identità. Così come la condivisione profonda comporta il distacco, il distacco ri-cercherà la condivisione. Ciò accade non solo nella relazione madre-bambino, ma anche nella relazione terapeuta-paziente.

LA DISTANZA COME FATTORE TERAPEUTICO

Il tradizionale setting freudiano è strutturato in modo tale da creare una distanza fisica tra l’analista e il paziente. Quest’ultimo, durante le sedute, veniva fatto sdraiare sul lettino con l’analista alle sue spalle. Una scelta che rifletteva la necessità di un distacco emotivo dal paziente, il quale veniva lasciato in balia dei propri pensieri inconsci senza che l’espressione del viso del clinico ne influenzasse la direzione. Freud, a tal proposito, descrisse l’analista come uno specchio opaco che si limita a “riflettere” le emozioni del paziente. Un’immagine del terapeuta basata sul presupposto della neutralità come prerogativa per una conoscenza oggettiva e scientifica dell’essere umano. Secondo Freud abbandonandosi lui stesso, durante l’ascolto, ai propri pensieri inconsci, l’espressione del suo volto avrebbe potuto offrire al paziente materiale che lo avrebbe influenzato e indirizzato nella comunicazione In seguito, con gli ulteriori sviluppi della psicoanalisi, si porrà maggiormente l’accento sul versante della partecipazione affettiva empatica e personale del clinico dinnanzi al materiale del paziente (il controtrasfert). La partecipazione del terapeuta non sarà più un elemento di interferenza nel trattamento analitico, ma verrà vista come uno strumento di lavoro che facilita la comprensione dell’altro. Si afferma così l’importanza di cercare il giusto equilibrio tra un’attività osservativa - interpretativa (funzione Io-osservante) ed una empatico - partecipativa (funzione Io-partecipante). Una vicinanza eccessiva, secondo Saraval, faciliterebbe l’identificazione proiettiva ossia la proiezione di parti di sé nell’altro. Questo processo invischierebbe la relazione terapeutica con aspetti intrusivi e simbiotici, poco utili nella comprensione del paziente. Per contro, una relazione caratterizzata da un’eccessiva distanza comporterebbe un clima emotivo freddo e connotato da aspetti narcisistici e individualisti. Questo implica fasi di avvicinamento e allontanamento psicologico tra terapeuta e paziente, entrambi alla ricerca di un confine. Lo stesso confine che se da un lato li delimita, consentendogli di vedersi, dall’altro li mette a contatto.

EFFETTI DEL DISTANZIAMENTO SOCIALE NELLA PANDEMIA

Che cosa succederebbe se la normale dialettica tra avvicinamento-allontanamento fosse impedita? Che cosa succederebbe se i nostri confini fossero solo delle barriere e perdessero la loro funzione di punti di contatto? Il distanziamento sociale, quell’ insieme di azioni (non farmacologiche) intraprese per rallentare la diffusione del coronavirus, ci impone una distanza di almeno un metro gli uni dagli altri. La prossemica, scienza che studia l’uso che gli individui fanno dello spazio personale e sociale, ci conferma che lo spazio fisico, che ci separa dall’altro, è rappresentativo della distanza mentale che decidiamo di tenere in quella relazione. Se tra due persone vi è una relazione intima, esse tendono a ridurre al minimo le distanze. Per contro, tenere qualcuno a distanza indica che la relazione è stata, in qualche modo, minacciata. Data la corrispondenza tra distanza fisica e mentale, possiamo pensare che le regole introdotte dal distanziamento sociale avranno grandi ripercussioni anche a livello emotivo.

TIPI DI DISTANZA INTERPERSONALE

Hall distingue quattro tipi di distanza interpersonale: Intima (da 0 a 45 cm circa) A questa distanza possono accedere solo coloro con cui abbiamo un rapporto di fiducia, altrimenti chiunque vi acceda senza il consenso viene percepito come aggressore. Denota pertanto i rapporti intimi, come quelli tra partner, tra madre e bambino. Personale (da 45 a 120 cm circa) Questo spazio viene frequentemente occupato da coloro che hanno con le persone relazioni sociali familiari, con le quali si ha un rapporto quotidiano e confidenziale. In questa zona possono accedervi familiari, amici, colleghi, che non hanno un rapporto intimo, ma con le quali si comunica con piacere. Sociale (da 120 a 360 cm circa) La distanza sociale è riservata a relazioni formali e impersonali. In essa si affrontano le questioni di lavoro, si negozia, si contratta. A questa distanza non è possibile avere il contatto fisico con l’altro. Pubblica (da 360 cm circa in poi) Questo spazio è utilizzato nelle situazioni pubbliche. Chi comunica in questa zona non intende stabilire con ogni partecipante un rapporto di coinvolgimento.

SICUREZZA E LIBERTA’

Il distanziamento sociale va ad abolire quelle che, secondo la prossemica, sono le distanze intime e personali. Un’ intimità e una prossimità che, come abbiamo visto, sono necessarie all’uomo per assicurarsi la sopravvivenza. Da un punto di vista genetico quindi, l’essere umano è programmato per mantenere la vicinanza fisica con i suoi simili. La presenza degli altri è responsabile, a livello neuro-chimico, dell’innalzamento degli oppiodi endogeni nel cervello, i quali producono effetti di piacevolezza simili a quelli prodotti dagli oppiacei (droghe). Al contrario, la solitudine produce un abbassamento degli stessi che innesca una sorta di crisi d’astinenza: quanto più siamo lontani dagli altri, tanto più li desideriamo. Un aumento del desiderio che, in questo periodo, potrebbe rivelarsi pericoloso in quanto potrebbe spingere molte persone a infrangere le norme relative al distanziamento sociale che la comunità ha adottato per mettere in sicurezza le nostre vite.

In realtà, come ci ricorda Freud, siamo entrati in società disposti a barattare un po’ di felicità per un po’ di sicurezza. La libertà individuale, al contrario di quello che si può pensare, non è il frutto del nostro ingresso in società. Essa era massima prima di ogni civiltà e subisce delle limitazioni proprio ad opera dell’incivilimento, il quale impone delle restrizioni per tutti. Il vivere in società comporta disagio perché, di base, vi è in un perenne contrasto tra i nostri bisogni/desideri individuali e gli imperativi che la società ci impone. Il distanziamento sociale, imposto dall’avvento del coronavirus, rappresenta un imperativo che va contro il soddisfacimento di un bisogno umano universale, quello di socialità. La corrente pandemia potrebbe così scatenare una sofferenza psichica di massa dai connotati mortiferi. Come ci ricorda Freud nel “Disagio della civiltà”, i gruppi si possono ammalare e quando tutti i membri sonno ammalati diventa difficile comprendere lo stato patologico nel quale si è immersi. La malattia psichica può divenire onnipotenza, negazione o persecuzione verso l’altro. Le attuali restrizioni sociali potrebbero determinare l’affermarsi di un nuovo “ordine psicopatologico” legato a questo cambiamento sociale. Infatti, come tutti i cambiamenti storici, anche questo influenza le nostre dinamiche inconsceDirà Fiumano: “Col variare delle forme del legame sociale anche l’organizzazione psichica del singolo cambia, nelle forme del sintomo e delle sindromi”.

SOLITUDINE E SENSO DI MORTE

Il bisogno di socialità si collega, in maniera speculare, alla paura della solitudine. Quest’ultima è connessa al senso di morte. A livello ontogenetico il senso di morte porta l’eco del primo grande timore del bambino, quello di separarsi dalla madre; a livello filogenetico invece, secondo meccanismi ancestrali, si collega al timore di non poter sopravvivere da soli. Un senso di morte che la società moderna aveva allontanato dalla nostra coscienza, ma che il virus, data la separazione dagli altri, ci spinge a ricontattare. Parlare della morte oggi è diventato un tabù in quanto ci mette di fronte al limite umano e ridimensiona il senso di onnipotenza che caratterizza la società odierna. La morte viene negata perchè non è più vista come conclusione inevitabile dell’esistenza umana, ma come nemico da “combattere e battere” grazie ai progressi della scienza. Un tempo si moriva a casa, nel proprio letto e circondati dalle persone care. Oggi la morte viene sottratta dalle case e perfino dallo sguardo dei congiunti. Il tentativo di nascondere la morte è avvenuto anche in questa situazione pandemica, quando una lunga colonna di mezzi militari ha trasportato, di notte, fuori dalla città di Bergamo i feretri delle vittime del coronavirus che non hanno trovato posto nel cimitero della città a causa dei lunghi tempi di cremazione. Secondo il professor Galimberti, il fatto che questa operazione sia stata compiuta di notte è in linea con la cultura occidentale che ha completamente rimosso l’idea della morte. La stessa idea di morte che il Coronavirus ci ripropone ogni giorno quando, scendendo in strada, ci obbliga alla convivenza col male. Una convivenza che, a causa della distanza a cui siamo costretti, ci rende più acuta la mancanza e la perdita dell’altro, risvegliando antiche sensazioni mortifere. Proprio per questo, se in un primo momento si è parlato di distanziamento sociale, ora L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) consiglia di abbandonare questo termine per sostituirlo con quello di distanziamento fisico. L’errore è stato confondere i due termini. È importante, in questa lotta contro il virus, distanziarsi fisicamente dagli altri pur restando, dal punto di vista sociale e affettivo, connessi e vicini.

Bibliografia

Corbella S. (2003). Storie e luoghi del gruppo. Cortina, Milano.

Fiumano M. (2010). L’ inconscio è il sociale, Mondadori, Milano.

Freud S. (1912). Consigli al medico nel trattamento psicanalitico, Bollati Boringhhieri, (OSF), Torino.

Freud S. (1971). Il disagio della civiltà e altri saggi, Bollati Boringhieri (OSF), Torino.

Hull E. T (1969). La dimensione nascosta, Bompiani, Milano.

Savaral A. (1988). “La tecnica psicoanalitica e la sua evoluzione” in Trattato di psicoanalisi, A.A. Semi (a cura di), vol. I, Raffaello Cortina, Milano

Viorst J. (2019). Distacchi, Mondadori, Milano.

A cura della Tirocinante Ambra Cialfi - Tutor Dott.ssa Floriana De Michele



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