La Vita Emotiva dei “Caregivers”

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29 Mag 2020 - pubblicato ad Avezzano ,da Floriana De Michele

La Vita Emotiva dei “Caregivers”

In Italia in media il 17,4% della popolazione (oltre 8,5 milioni di persone) è caregiver, ossia si prende cura di familiari più anziani, malati cronici o disabili durante l’anno (dati dell'ISTAT).

Di questi si stima che circa 1 su 10 lo fa per il proprio coniuge o compagno/a.

Si calcola che, questo lavoro di solito considerato un lavoro full time, in media impegni la persona circa 45 ore a settimana. Se si pensa che l’orario di lavoro settimanale massimo è fissato per legge in 48 ore settimanali (art. 4 comma 2 del D. Lgs 66/2003) cioè ogni 7 giorni, compreso il lavoro straordinario si può già immaginare come sia altamente stressante svolgere il lavoro di “Caregivers” solo pensando all’impossibilità di interrompere per un intervallo di tempo sufficiente alla ripresa del lavoro come accade nella norma.

Caregiver è un termine anglosassone che vuol dire badante ed è entrato nell'uso comune, forse perché appare termine più elegante linguisticamente parlando! in realtà rappresenta la persona che assiste e si prende cura di un malato o di un disabile. Generalmente si tratta del ruolo di cura, intesa in senso di bisogni di salute e di bisogni accuditivi, che un familiare, di solito una figura femminile, ha nei confronti di un altro familiare, ma molto spesso si tratta di un coniuge che accudisce l’altro.

In questo caso quali sono le dinamiche emozionali che si vivono in questa strana coppia? E quando gli adulti diventando più anziani e diventano “caregivers” dei loro coniugi? Quest’ultimo caso succede in quanto l’aumentata attesa di durata della vita porta a esperienze di problemi di salute multipli per cui uno automaticamente si prende cura dell’altro a volte senza possibilità di scelta, in quanto la solitudine della coppia e le condizioni economiche appaiono tali da doversela cavare da soli.

Le statistiche raccontano in numeri le difficoltà vissute nella coppia malato/caregiver che descrivono l’impatto psicologico e fisico subito e che probabilmente porterá la vita di queste persone a generare tale forma di cura. A questo punto è lecito chiedersi cosa accade nella relazione emotiva di una coppia quando uno dei due partner diventa un caregiver? Quali fattori aiutano a proteggere l’unione felice e soddisfacente della coppia? l’occuparsi del proprio congiunto quanto può influenzare la salute del caregiver?

Ebbene degli studi condotti dalla Yale School of Public Health hanno dimostrato che tutti i caregivers soffrono di un forte stress emotivo. Tra i caregivers tendono a patire meno quelli che rimangono positivi e riescono a regolare i propri sentimenti in risposta alle circostanze stressanti. Aiutarsi reciprocamente favorisce lo sviluppo della resilienza e permette la comprensione reciproca tra partner.

Ci si chiede a questo punto come trasformare questa condizione del caregiver da necessità in una virtu. Quali strumenti possono essere necessari agli specialisti per stimolare questo processo d’aiuto? Ad esempio si è dimostrato che i caregivers sembrano stressarsi di meno quando riescono ad esprimere di più le loro emozioni interpersonali, come il senso di colpa o di compassione che provano nei confronti dei loro partner. Uno studio condotto dalla ricercatrice Monin nei laboratory Schulz ha rivelato che la pressione del sangue e il ritmo cardiaco si incrementavano significativamente quando parlavano delle sofferenze dei loro partner o li guardavano. Quindi, non è tanto lo stress derivante dall’impegno quotidiano del caregiver ciò che porta il peso emotivo e fisico, ma è il vedere il proprio partner soffrire e non essere in grado di fare nulla per aiutarlo proficuamente.

Ancora un altro aspetto importante pare sia stato determinato dal fatto che riuscire a farsi una ragione sensata delle sofferenze dei propri partner ha un impatto sul benessere dei caregivers. Quando vengono usate delle espressioni emotive positive e elaborazioni cognitive (ad esempio pensare, rendersi conto, essere consapevoli) si rilevavano delle reazioni minori a livello di pressione e battito cardiaco, dimostrando che sviluppare una visione più completa e pensare a degli aspetti positivi delle loro vite con i propri partner, portava i caregivers a sentire meno lo stress. Lo studio ha anche dimostrato che gli uomini tendono a essere più supportati emotivamente dalle loro mogli e possono ricevere maggiore conforto dal matrimonio rispetto alle donne.

A livello genetico si è anche dimostrato che la soddisfazione coniugale è maggiore se almeno un partner è nato con una versione del recettore denominato GG genotipo. Così ognuno potrebbe chiedersi: avrò il recettore GG genotipo ? Perché la domanda che terrorizza le persone dopo una diagnosi per esempio di Alzheimer è: cosa succederà adesso come faremo ad andare avanti nella vita? Non trovare una risposta a questo problema può veramente danneggiare una relazione. Quando i sintomi cominciano ad emergere, ad esempio si è portati a chiedersi continuamente la stessa cosa senza avere la capacità di rispondersi con calma ed apertamente in modo che entrambi i partner possano sentirsi rispettati e sereni. L’ostacolo a tale comportamento è sicuramente l’impazienza dovuta all’insicurezza generata dalla malattia e all’ansia legata al futuro. Quale strumento potrebbe aiutare la coppia ? Il colloquio con uno psicologo può essere utile a far prendere un profondo respiro e guardare le cose dal punto di vista del partner, e poi rispondere alla domanda permettendo di conoscere a fondo la malattia e tutte le emozioni che l’accompagnano sia nel subirla personalmente che nel subirla attraverso la sofferenza dell’altro.

Bibliografia

• The emotional lives of caregivers, di Chris Palmer , Monitor on Psychology, A publication of the American Psychological Association, July/August 2019

A cura della Dott.ssa Floriana De Michele, membro dell'America Psychological Association



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