Rabbia: Fuoco dell'anima. I casi clinici di D.M.,ed M.R.,dal Seminario del 7 maggio 2006

Come sempre, da qualche anno a questa parte, questo momento del seminario, è un’importante occasione per me di riflessione ed approfondimento teorico di problematiche che maturano o si sviluppano nell’ambito della pratica clinica e, perciò, lo dedico ai miei pazienti , che ringrazio molto per l’aiuto personale che loro danno a me. In questo seminario in particolare ho voluto affrontare il tema della “Rabbia”, perché molti dei miei pazienti soffrono per essa: per quella che li sommerge con la sua forza (caso n.1), ma soprattutto quella che non è espressa ( caso n.2).

Cosa è la rabbia?

La rabbia è un’ emozione difficilmente riconosciuta dagli individui come determinante del proprio comportamento perché è associata alla parte aggressiva della personalità e solitamente è interpretata come cattiva e negativa. “E’ un segnale emotivo istintivo che si genera in noi ogni volta che qualcuno o qualcosa invade il campo invisibile del nostro equilibrio psicologico e ci fa sentire attaccati nel profondo del nostro Sé ” ( M. Morganti ). La rabbia è la reazione all’ incapacità di rendere legittimi e di soddisfare i propri bisogni fisici, emotivi, sessuali, di influenzare gli eventi della propria vita nella direzione voluta e giusta per noi , aprendo, la porta alla coscienza del dolore , della disistima , della mancanza di rispetto, dell’abuso fisico e psicologico e provocando, così, un senso di impotenza,di sfiducia e di spersonalizzazione . Ogni individuo, infatti, ha il bisogno e può esprimere la propria personalità pienamente e autenticamente, nella completa soddisfazione di se e può farlo solo rispettando i suoi desideri e bisogni emotivi . A volte però non è possibile e l’aggressività diventa indispensabile per un adeguato funzionamento della persona , per la sua capacità di relazionarsi e per la sua capacità di amare. Capita a tutti di trovarsi in delle situazioni , anche semplici da un punto di vista razionale, anche abituali, di vita giornaliera, che sembrano normalmente sotto controllo e che invadono la nostra interiorità.

Bisogna manifestare la rabbia?

Pensiamo alla nostra ultima settimana di vita, quante rabbie ci siamo presi in famiglia, con gli amici, collaboratori o colleghi, nella vita sociale in generale oppure confrontandoci con un compito esclusivamente nostro? D’improvviso ci si trova travolti da una emozione molto forte , una sensazione di pienezza di sentimenti, pronti a straboccare , che fanno sentire come un fuoco interiore e sembra che si possa esplodere da un momento all’altro. Eppure si continua a resistere pur di non manifestare la rabbia: normalmente si è addestrati o educati così dai genitori, almeno nelle società occidentali!

Possiamo capire la rabbia?

Allora si genera il senso di impotenza e di spersonalizzazione, dovuto alla sensazione di essere diventati incapaci di affermarsi, di farsi vedere e sentire, di farsi riconoscere, apprezzare, amare dagli altri . Si diventa realisticamente incapaci di legittimare e soddisfare i propri bisogni fisici, emotivi, sessuali o di influenzare positivamente gli eventi della propria vita. Si sviluppa un senso di vuoto o di assenza che si vive nel rapporto emotivamente distaccato dagli altri, senso di solitudine. Quando ci si sente molto impotenti si può essere travolti da una grande collera a cui si accompagnano fantasie di distruzione, che permettono al nostro Io di riscattarsi, sentendosi attivo e forte, onnipotente. La sensazione di distruzione rabbiosa , ed è l’unica cosa possibile, è ciò che fa sentire vivi in quel momento di annullamento del Sé. Purtroppo l’effetto di compensazione dura poco e molto spesso provoca un senso di vergogna e quindi ci si sente di nuovo feriti nel Sé.

Si innesca un circolo vizioso , per cui si parte dalla rabbia e lì si ritorna. La rabbia distruttiva porta ad un “escalation” in cui ogni dolore deve essere affrontato con una nuova ondata di aggressività in un processo che potrebbe non avere mai fine. Per poterne uscire, bisogna osservare e capire il funzionamento dei nostri meccanismi psicologici ripetitivi: a partire dal momento in cui è necessario riconoscere il sentimento di collera, poi i tentativi di cancellare la distanza emotiva che percepiamo negli altri e che genera delusione, infine, il desiderio , pieno di risentimento, di essere per l’altro il centro del suo mondo affettivo.

La rabbia trova radici nel nostro passato

La rabbia spesso è antica, il senso di vuoto e di assenza sono il risultato delle relazioni genitoriali imperfette, in cui siamo stati , in qualche modo, deprivati dell’amore che serve a nutrire e strutturare la personalità . Succede così che i rapporti di amicizia e di amore vissuti successivamente vengano scelti ed agiti nel tentativo di riparare magicamente questa ferita ma, proprio per questo, sono relazioni destinate a deludere inevitabilmente. Il vuoto interiore è ciò che terrorizza ed è alla base dell’aspettativa che l’altro, con la sua assoluta presenza, ripari la nostra ferita profonda e antica. Allora, diventa un esperienza fondamentale sentire questo vuoto interiore e solo dopo aver imparato a riconoscere e ad accettare la nostra rabbia per questo vuoto, solo allora, si potrà vivere il lutto , il dolore, dovuto alla perdita dell’infanzia innocente in realtà mai vissuta.

Significa, in sostanza, venire in contatto con ciò che ci ha ferito e non fermarsi ai sentimenti che suscitano la ferita, riconoscere cioè di essere diventati adulti ed indipendenti.

Caso 1: la rabbia nasce da un rapporto distorto con il genitore

D.M. è un paziente in cura da alcuni anni, che a causa di un disturbo fisico è costretto da due mesi circa ad interrompere terapia. Egli proveniva da una separazione coniugale a cui non riusciva ad adattarsi ed in seguito alla quale aveva manifestato o sviluppato un carattere paranoico. Nonostante fosse stato sposato alcuni anni e dopo un lungo fidanzamento, non aveva figli ; aveva pochissimi amici. Anche al lavoro viveva un isolamento straordinario e pur avendo una qualifica dignitosissima svolgeva funzioni tipo usciere, dai colleghi si teneva alla larga perché lo facevano innervosire e temeva di poter perdere il controllo e reagire molto aggressivamente verso loro. Unici parenti una madre ed un fratello molto piu’ grande di lui. D.M. sentiva per la madre un odio profondo, da lei si era sempre sentito rifiutato, sicuramente perché preferiva il fratello molto palesemente, e poi perché il paziente aveva sempre avuto il sospetto che lui fosse nato da una relazione extraconiugale di lei; per tutti questi motivi con lei non riusciva ad avere rapporti e le rare visite che le faceva erano caratterizzate da forti litigi.

All’inizio della terapia manifestava atteggiamenti aggressivi anche verso di me . La terapia gli ha fatto recuperare il legame importante con la madre , di cui il paziente si prende cura in modo molto amorevole, purtroppo l’anziana signora nell’ultimo anno ha molti problemi di salute e spesso il figlio ha avuto il timore che potesse morire .

L’importanza della terapia per il paziente

La terapia è per lui una cosa molto importante perché gli ha permesso di cambiare molto positivamente la sua vita, anche se non ancora definitivamente visto che è ancora il solo legame significativo che ha. Pensate che D.M. al fine di garantirsi le sedute ha preso l’abitudine di pagare il mese in anticipo anche se poi spesso non viene! Questi ultimi due mesi è stato impossibilitato fisicamente a causa degli altri problemi a venire per cui telefonicamente abbiamo deciso che non era necessario pagare terapia durante sua assenza , lui tra l’altro doveva affrontare maggiori spese, quindi appena lui si fosse ristabilito io gli avrei restituito i suoi soliti appuntamenti senza problemi!

Alcune volte lui mi chiamava per farmi sapere come stava e devo dire che anch’io l’ho fatto, ma poi ho lasciato che vivesse la sua vita visto che mi sembrava andasse tutto bene nonostante i problemi fisici. D.M. ha iniziato ad avere serie difficoltà a causa di calcoli alle ghiandole salivari, che lui sapeva di avere da molti anni. Negli ultimi mesi si era rivolto all’ospedale perché era arrivato al punto di dover risolvere quel problema, ma non era rimasto soddisfatto della soluzione che lì gli avevano prospettato, cioè un intervento chirurgico col quale togliere le ghiandole lasciandogli una cicatrice sotto la gola. Si era rivolto ad un altro specialista il quale gli aveva prospettato un altro tipo di soluzione: togliere direttamente i calcoli dall’interno della bocca.

La rabbia riaffiora e lo psicologo interviene

D.M. era molto contento di questo ed era molto contento della professionalità del secondo specialista, che aveva trovato davvero molto gentile e disponibile. L’ intervento, dolorosissimo a suo dire, è stato fatto per due volte. Quindi andando a fare una ecografia di controllo scopre che ci sono ancora tre calcoli molto grossi da togliere ancora. D.M. reagisce a questa notizia con molta rabbia. Comincia a chiedere spiegazioni al chirurgo in modo pressante, vuole indietro le cartelle cliniche , che pure ci vuole tempo per averle, interpreta tutte le cose in modo persecutorio e minaccia di denunciare l’ospedale. Mi chiama proprio prima di andare da un avvocato e anzi non può venire da me proprio per ché aveva appuntamento con lui, quindi, abbiamo occasione di elaborare appena un po’ la situazione per telefono.

Tra l’altro D.M. è una persona sola, che viveva da un anno circa con una donna straniera e lei proprio in questi giorni importanti per lui lo lascia per trasferirsi in una città del nord.

Questo è quindi il caso in cui la rabbia è accecante e distruttiva al massimo.

Il sentimento di rabbia, nel caso di D.M. è riconoscibile immediatamente dalla sua reazione distruttiva e vendicativa , ma è del tutto inconsapevole per il paziente, anche se apparentemente la sua reazione sembra molto razionale e dovuta ad un grave torto subito.

In effetti, dal suo punto di vista, egli ha ricevuto oggettivamente un danno, una ferita psicologica difficile da perdonare! Nella sua realtà psicologica D.M. non ha sopportato l’idea di dover affrontare di nuovo un grande dolore, attraverso un successivo intervento (sicuramente avvilente) per cui chi non fosse riuscito ad evitarglielo (per es. il chirurgo togliendo tutti i calcoli) si trasformava nel suo persecutore (cioè colui che gli procurava il danno, soprattutto dopo che lui gli aveva affidatola sua vita, contando molto sul suo aiuto). In questo caso l’unico modo di riappropriarsene e risentire la propria vita è proprio quello di affermare la propria persona, facendosi inevitabilmente vedere e sentire, attraverso un atto vendicativo: la denuncia del chirurgo o ospedale. Soffre veramente tanto questo paziente, ma perché? Io sono portata a pensare che il paziente si sentisse molto solo, abbandonato, per dirla con un termine bioniano (Wilfred Ruprecht Bion , è stato uno psicoanalista britannico) , senza più il suo contenitore, rappresentato dalla terapia e il forte sostegno emotivo della sua amica intima che l’ha lasciato, in questo momento di sofferenza oggettiva, fisica, del corpo.

Il ricordo di un bambino rifiutato dalla madre

Questo momento richiamava una stessa sofferenza, più lontana, infantile, mai superata, in cui il suo corpo era l’ unica sede delle sue emozioni, probabilmente in un epoca preedipica , in cui non c’era la sensazione di se come altro separato.

La sensazione era, invece, quella di essere un tutt’uno con il corpo della madre , di cui lui, bambino, era solo un appendice, improvvisamente staccata e perciò rifiutata….. fa veramente male questa cosa! ….la madre che presto lo abbandonerà di nuovo come si può capire data l’età!

La solitudine in cui viveva D.M. nel momento in cui gli viene comunicato che il suo problema non è risolto, rimettendolo in contatto col suo dolore in modo completamento estraneo , freddo, tramite una ecografia fatta in una struttura diversa, lo rimette in contatto col vuoto affettivo e l’isolamento emotivo originario.

L’angoscia lo sovrasta e lo destabilizza , la rabbia lo invade nel tentativo di cancellare la distanza emotiva che percepisce nella figura del medico, che prima aveva idealizzato e poi aveva trasformato in una fonte di delusione . Per il paziente questo medico era diventato improvvisamente evitante e forse stava facendo in modo di non fargli avere la copia delle cartelle cliniche! Cerca così attraverso l’azione giudiziaria di ristabilire l’equilibrio psichico, soddisfacendo il desiderio pieno di risentimento di rimettere sé stesso al centro dell’attenzione dell’altro.

La ricerca di un contatto terapeutico.

Ma lo fa, fortunatamente, anche ricercando il contatto terapeutico nella speranza di placare il suo dolore. Come può accadere una cosa simile? Per poterlo capire dobbiamo guardare allo sviluppo del Sé durante la prima infanzia.

Lo psicoanalista inglese, Winnicott afferma:” Non esiste niente come il bambino” , il bambino in sé non esiste, esiste il bambino e l’ambiente in cui egli cresce, composto principalmente dalle cure materne, allora, è essenziale considerare centrale per la crescita sana del bambino il ruolo della madre e di tutte quelle figure deputate all’educazione e allo sviluppo psicofisico del bambino stesso.

Il rapporto tra madre e bambino

Il rapporto con la madre deve assolvere ad una duplice funzione: sostenere il bambino ed introdurlo nel mondo reale. Per Winnicott la madre già nei primi mesi di gravidanza entra in uno stato psicologico di preoccupazione materna primaria, in cui fornisce al bambino un ambiente psichico e fisico di sostegno , pone in secondo piano i propri bisogni e si sintonizza con quelli del bambino. In questo modo riesce a soddisfare i bisogni del piccolo non appena questi si manifestano (ad esempio allattare il neonato non appena questi percepisce lo stimolo della fame).

In questa fase dello sviluppo il bambino attraversa uno stato di onnipotenza soggettiva in cui, essendo ancora un tuttuno con la madre, crede di poter soddisfare da solo i propri bisogni. Successivamente quando la madre esce dallo stato di preoccupazione materna primaria e inizia a “riattivare” i propri bisogni e desideri, il bambino sperimenta le prime frustrazioni (ad esempio l’allattamento arriva un po’ in ritardo rispetto alla sensazione di fame); ed è proprio attraverso queste frustrazioni che il bambino inizia a percepire la realtà esterna e, uscendo dallo stato di onnipotenza soggettiva, attraverso una fase di transizione – in cui si relaziona con il cosiddetto oggetto transazionale (ad esempio l’orsacchiotto di peluche o la famigerata “copertina di Linus”) – raggiunge la maturità psicologica.

E Bowlby sostiene che in tutte le specie in cui si sviluppa attaccamento tra il neonato e la madre, quest’ultima dimostra un comportamento di cura verso il piccolo che è complementare alle risposte di attaccamento del neonato.

Bowlby scardinando il primato delle pulsioni freudiano (libido o pulsione di vita e aggressività o pulsione di morte) - si veda a proposito l'articolo di Igor Vitale - pone al centro del comportamento e della psiche umana il sistema d’attaccamento, che diviene quindi il sistema motivazionale principale del comportamento. Integra il modello psicoanalitico classico con le osservazioni comportamentali del mondo animale di stampo etologico di Lorenz, soprattutto riguardo le interazioni madre-cucciolo e madre-bambino.

La solitudine in cui viveva D.M. nel momento in cui gli viene comunicato che il suo problema non è risolto, rimettendolo in contatto col suo dolore in modo completamento estraneo , freddo, tramite una ecografia fatta in una struttura diversa, lo rimette in contatto col vuoto affettivo e l’isolamento emotivo originario.

L’angoscia lo sovrasta e lo destabilizza , la rabbia lo invade nel tentativo di cancellare la distanza emotiva che percepisce nella figura del medico, che prima aveva idealizzato e poi aveva trasformato in una fonte di delusione . Per il paziente questo medico era diventato improvvisamente evitante e forse stava facendo in modo di non fargli avere la copia delle cartelle cliniche! Cerca così attraverso l’azione giudiziaria di ristabilire l’equilibrio psichico, soddisfacendo il desiderio pieno di risentimento di rimettere sé stesso al centro dell’attenzione dell’altro.

Lo psicoanalista britannico riprende le osservazioni di Harlow sul comportamento delle scimmie: in una situazione sperimentale di laboratorio un cucciolo di scimmia veniva collocato di fronte a una scimmia meccanica che forniva latte e una scimmia di pezza; Harlow osservò che il cucciolo, dopo un breve periodo in cui volgeva l’attenzione alla scimmia meccanica che forniva il nutrimento, si rivolgeva esclusivamente alla scimmia di pezza, cercando contatto e calore: la motivazione primaria non era più la nutrizione, ma il contatto fisico con un corpo accogliente.

Le interazioni tra madre e bambino (che iniziano già durante la gravidanza, e che vanno dall’abbraccio allo scambio di sguardi, alla nutrizione, alla consolazione ecc.), strutturano ciò che viene definito sistema d’attaccamento, il sistema che guiderà (anche nella vita adulta) le interazioni e gli scambi relazionali affettivi. La funzione principale della madre è quella di fornire al bambino una base sicura: fargli sentire che esiste ed è protetto. La funzione di base sicura, nei primi anni di vita viene assolta fisicamente dalla mamma, poi diviene una struttura interna capace di consolare e proteggere durante tutto l’arco della vita, attraverso l’interiorizzazione dei comportamenti e degli affetti suscitati dalla mamma stessa.

Partendo dalla base sicura il bambino può iniziare a muovere i primi passi lontano dalla mamma e cominciare ad esplorare il mondo esterno e a stimolare lo sviluppo delle funzioni cognitive, certo di poter tornare in qualsiasi momento dalla mamma stessa. In questo modo il bambino, e poi l’adulto, può sentirsi libero di allontanarsi e differenziarsi gradualmente dalla mamma, senza dover temere l’allontanamento.

Attraverso le interazioni bambino-figure d’attaccamento (scambi affettivi, abbracci, dialoghi, accudimento durante periodi di malattia, ecc. ) il bambino struttura dei Modelli Operativi Interni (MOI), cioè rappresentazioni di interazioni che guideranno lo stile d’attaccamento. Quest’ultimo caratterizza le interazioni affettive (relazioni di coppia, relazioni intime, ecc.) ed è a sua volta predittivo dello stile d’attaccamento del proprio figlio.

E’ importante sottolineare che Bowlby parla di figure d’attaccamento e non solo di madre: egli, infatti, è convinto che dove le figure d’attaccamento primarie (i genitori e la madre in primis) falliscono, altre figure d’attaccamento significative (zii, parenti, amici, nonni, addirittura animali domestici, ecc.) possono fornire al bambino quei pattern di interazione “sani” che gli consentono di interiorizzare la funzione di base sicura e di poter esplorare l’ambiente liberamente. Il modello di Bowlby, infatti, ritiene importantissimo per lo sviluppo sano del bambino la presenza di almeno una figura d’attaccamento in grado di fornire al bambino il senso di protezione e di consolazione, ossia il porto sicuro (“safe harbour”) dove poter tornare dopo l’allontanamento esplorativo e su cui poter fare affidamento in un primo momento fisicamente e successivamente psichicamente (la funzione psichica interiorizzata di base sicura).

La fiducia nella disponibilità da parte delle figure di attaccamento è alla base della stabilità emotiva, mentre l’angoscia e la sofferenza sono determinate massimamente da disturbi nel primo attaccamento alla madre e ai successivi oggetti.

Lo stile d’attaccamento può comunque modificarsi nel corso della vita attraverso relazioni affettive significative in grado di fornire “sicurezza” (come relazioni di coppia, relazioni con analisti/terapeuti, ecc.).

Bowlby classifica gli stili d’attaccamento in quattro categorie principali che possono essere rilevate nei bambini attraverso la strange situation, creata dalla Ainsworth e collaboratori, e nell’adulto tramite l’Adult Attach ment Interview, costruita dalla Main e collaboratori:

sicuro: l’individuo ha fiducia nella disponibilità e nel supporto della figura di attaccamento, nel caso si verifichino condizioni avverse o di pericolo. In tal modo, si sente libero di poter esplorare il mondo. Tale stile è promosso da una figura sensibile ai segnali del bambino, disponibile e pronta a dargli protezione nel momento in cui il bambino lo richiede. I tratti che maggiormente caratterizzano questo stile sono: sicurezza nell’esplorazione del mondo, convinzione di essere amabile, capacità di sopportare distacchi prolungat i, nessun timore di abbandono, fiducia nelle proprie capacità e in quelle degli altri, Sé positivo e affidabile, altro positivo e affidabile. L’emozione predominante è la gioia;

insicuro distanziante/evitante: questo stile è caratterizzato dalla convinzione dell’individuo che, alla richiesta d’aiuto, non sol o non incontrerà la disponibilità della figura di attaccamento, ma addirittura verrà rifiutato da que sta. Così facendo, il bambino costruisce le proprie esperienze facendo esclusivo affidamento su se stesso, senza l’amore ed il sostegno degli altri, ricercando l’autosufficienza anche sul piano emotivo, con la possibilità di arrivare a costruire un falso Sé. Questo stile è il risultato di una figurache respinge costantemente il figlio ogni volta che le si avvicina per la ricerca di conforto o protezione. I tratti che maggiormente caratterizzano questo stile sono: insicurezza nell’esplorazione del mondo, convinzione di non essere amato, percezione del distacco come “prevedibile”, tendenza all’evita mento della relazione per convinzione del rifiuto, apparente esclusiva fiducia in se stessi e nessuna richiesta di aiuto, Sé positivo e affidabile, altro negativo e inaffidabile. Le emozioni predominanti sono tristezza e dolore;

insicuro preoccupato/ansioso ambivalente: non vi è nell’individuo la certezza che la figura di attaccamento sia disponibile a rispondere ad una richiesta di aiuto. Per questo motivo l’esplorazione del mondo è incerta, esitante, connotata da ansia ed il bambino è incline all’angoscia da separazione. Questo stile è promosso da una figura che è disponibile in alcune occasioni ma non in altre e da frequenti separazioni, se non addirittura da minacce di abbandono, usate come mezzo coercitivo. I tratti che maggiormente caratterizzano questo stile sono: insicurezza nell’esplorazione del mondo, convinzione di non essere amabile, incapacità di sopportare distacchi prolungati, ansia di abbandono, sfiducia nelle proprie capacità e fid ucia nelle capacità degli altri, Sé negativo e inaffidabile (a causa della sfiducia verso di lui percepita nella figura di attaccamento), altro positivo e affidabile. L’emozione predominante è la colpa;

disorientato/disorganizzato: bambini che appaiono apprensivi, piangono e si buttano sul pavimento o portano le mani alla bocca con le spalle curve in risposta al ritorno dei genitori dopo una breve separazione; o bambini che manifestano comportamenti conflittuali, come girare in tondo mentre simultaneamente si avvicinano ai genitori. Altri ancora appaiono disorientati, congelati in tutti i movimenti (freezing), mentre assumono espressioni simili alla trance. Sono anche da considerarsi casi di attaccamento disorganizzato quelli in cui i bambini si muovono verso la figura di attaccamento con la testa girata in altra direzione, in modo da evitarne lo sguardo. Gli adulti con questo stile d’attaccamento risulteranno spaventati/spaventanti con il proprio bambino, in altre parole non solo non saranno in grado di proteggere il bambino, ma addirittura lo spaventeranno.

La rabbia narcisistica di Heinz Kohut

Heinz Kohut, lo studioso del narcisismo e il padre dell'importante movimento della Psicologia del Sé (la cui cornice teorica ha fatto poi da sfondo a tutta la recente infant research ), è stato sempre attento alle dinamiche dell'aggressività, in particolare della "rabbia narcisistica". Kohut, nel saggio “Pensieri sul narcisismo e sulla rabbia narcisistica”, del 1972 (ibid., p. 136) ricorda che una volta Freud (1932, p. 177) criticò la tesi di un biografo di Guglielmo II che aveva seguito le idee di Adler nell'interpretare la sua tendenza ad offendersi e a ricorrere alla guerra. Guglielmo II era nato con un braccio deforme, e quel biografo ipotizzò una sua ferita narcisistica cronica come reazione a un senso di "inferiorità d'organo", reazione responsabile del suo carattere vendicativo e possibilmente anche dello scoppio della prima guerra mondiale. Secondo Freud invece questa interpretazione non era assolutamente corretta, poiché la ferita narcisistica non era il trauma di nascere con un braccio deforme, ma il rifiuto di lui da parte della sua orgogliosa madre che non poteva tollerare di avere un figlio imperfetto.

Kohut concordando con questa osservazione di Freud, approfondisce il tema affermando che un sano sviluppo emotivo dipende esclusivamente dal rispecchiamento empatico della madre (che è l'oggetto-Sé [self-object]) nei confronti del bambino : "Io credo che la distruttività umana, come fenomeno psicologico, sia secondaria; che essa sorga originariamente come fallimento da parte dell'ambiente oggetto-Sé di venire incontro ai bisogni empatici ottimali da parte del bambino" (Kohut, 1977, p. 116 ed. or.).

L’ approvazione ed ammirazione della madre costituiscono i fattori che permettono la trasformazione dell'investimento narcisistico del Sé grandioso ed esibizionistico arcaico (tramite quella che lui chiama "internalizzazione trasmutante") in modo tale da poter integrare la grandiosità e l'esibizionismo arcaici nel resto della organizzazione psichica.

Se vi è dunque un mancato rispecchiamento empatico da parte dell'oggetto-Sé, si crea una "scissione verticale" nella psiche, per cui il Sé arcaico grandioso-esibizionistico rimarrà latente e potrà a tratti rompere le difese e paralizzare l'Io con sensi di vergogna e rabbia intense. Questi sentimenti arcaici che permangono in settori scissi della psiche sono responsabili, secondo Kohut, di altrettanto arcaiche e primitive manifestazioni difensive di odio, aggressività o rabbia in occasione di determinate ferite narcisistiche.

Kohut pensa che i primi bisogni del bambino non sono pulsionali, bensì narcisistici: il bambino si propone e si afferma “c on richieste di ammirazione onnipotenza che hanno bisogno di essere rispecchiate e restituite”. Il bambino, cioè, ha bisogno di essere accettato incondizionatamente per come egli è, si trova ad essere e si sta disgelando; contemporaneamente ha bisogno di un interesse, di un’attenzione viva ed empatica, che dia immediata risposta alle sue necessità primarie, ma anche a quelle di calore, sostegno, conforto, rassicurazione, di accettazione gioiosa dei propri movimenti evolutivi.

Un inadeguata risposta empatica dei genitori ai bisogni del bambino porterà ad uno sviluppo dell’autostima difettoso.

La mancanza di autostima, quindi, non è legata ad una frustrazione o ad un evento traumatico in se, sostanzialmente al sesso (complesso edipico, angoscia di castrazione, invidia del pene, “genitalità“ non raggiunta), ma le sue origini genetiche sono individuabili ad una serie ripetuta di risposte inadeguate degli adulti ai bisogni del bambino che comporta per lui una serie ripetuta di eventi traumatizzanti, responsabili dei disturbi emotivi . La formazione nel bambino di un Sé solido e armonico, per Kohut riprendendo le ipotesi di Sullivan sull’esistenza di un legame empatico tra madre e bambino, attraverso il quale vengono trasmesse influenze reciproche e il flusso di vissuti di soddisfacimento di angoscia dipendeva dalla capacità innata della madre di entrare in sintonia con lui e dalla sua sensibilità affettiva; viceversa, qualora queste stesse capacità della madre fossero difettose, sarebbero responsabili del determinarsi nel bambino di un Sé colmo di angoscia e predisposto alla scissione.

L’empatia materna implica, oltre all’identificazione e alla comunione di sentimenti con il bambino, anche la sensazione di separazione da lui. La madre deve avere sul bambino pensieri e progetti coerenti con ciò che il bambino sta svelando di sè , che gli consentirà la separazione da lei attraverso una progettualità propria ed individuale.

Infatti, il tipo di relazione simbiotica deve necessariamente trasformarsi man mano che il neonato cresce, in modo graduale e armonico, in modo da poter contenere l’onnipotenza trasmessa al bambino tramite l’indifferenziazione tra sé e l’adulto accuditivo .

La matrice dell’esperienza psicologica è, dunque, la madre e le origini dei disturbi del Sé, le future patologie psichiche a livello di vulnerabilità emotiva e di disturbi narcisistici sono da rinvenire nel sistema diadico madre-bambino.

La crescente esperienza, da parte dei due soggetti della relazione, che l’oggetto d’amore ha desideri che non coincidono automaticamente con i propri, mette infatti fortemente in discussione l’onnipotenza simbiotica in cui è immerso il bambino, fornendogli la cognizione altrettanto crescente che l’altro è un individuo a sé stante.

Di solito, in un ambiente adeguatamente rispondente, tali bisogni primari perdono spontaneamente in intensità e urgenza anche grazie ad una dinamica complementare, alla cosiddetta “esibizione grandiosa del Sé” che rientra nel bisogno innato di essere riconosciuti, accettati e apprezzati da un’altra persona significativa per la nostra unicità ed esclusività e che consiste, secondo Kohut, nel bisogno di idealizzazione di una figura parentale (generalmente la madre, ma anche il padre) e questo accade perché, ad arginare l’onnipotenza del bambino, saranno intervenuti “naturalmente” i limiti della figura di accudimento che, per quanto empatica, difetterà inevitabilmente nel tentativo d i corrispondere ai suoi bisogni.

Infatti i limiti dell’oggetto-Sé saranno in fase precoce percepiti dal bambino come limiti propri: constaterà che il proprio desiderare non comporterà inevitabilmente l’accadere di quanto desiderato, idealizzerà allora l’adulto attribuendogli una onnipotente perfezione irrealistica, dovuta al fatto che è in grado di soddisfargli ogni esigenza. In questa fase il bambino ha necessità di percepire dall’adulto quella calma, forza e benevolenza che gli permetteranno sia di sentirsi sicuro che di potersi identificare con la persona che può ammirare.

Successivamente, gli stessi inevitabili limiti genitoriali, percepiti come non traumatici, saranno sentiti dal bambino realisticamente come tali, permettendogli un ritiro di investimenti affidandosi a se stesso nell’esercizio di funzioni che gli consentiranno gradatamente il cammino verso l’autonomia , avvalendosi di strutture nel frattempo metabolizzate e costituite proprie.

E’ necessario che i genitori in questa fase sappiano contenere le richieste del bambino dando un limite all’iniziativa: si tratta di modulare, con le richieste, la sua onnipotenza e di non lasciarlo in preda a sentimenti e sensazioni che per quanto piacevoli, o spiacevoli, non è in grado di sostenere per qualità e livello rischiando di esser e sopraffatto.

E’ la cosiddetta frustrazione ottimale, che interverrà in modo contenitivo ed armonico, senza traumi, così come la dilatazione dell’inspirazione sarà con tenuta dall’espirazione, la sistole dalla diastole... La madre è pertanto quella prima figura (Oggetto-Sé) che viene recepita, vissuta, esperita dal bambino come capace - o meno - di offrire in modo sufficientemente stabile e duraturo, funzioni di cui pian piano si approprierà, entro una relazione che lo conserva, lo contiene, lo protegge, lo rassicura, lo tranquillizza, lo sostiene e lo stimola, influendo così, positivamente, sulla percezione di sé.

Il legame con l’oggetto-Sé che è stato interiorizzato in condizioni generalmente buone è disponibile ad essere evocato quando necessario, quale fonte propria di tranquillità, sostegno e accrescimento di autostima. Infatti, l’esperienza dell’offerta di funzioni di oggetto-Sé da parte di un altro, relativamente differenziato, è esigenza normale e sana. E’ sano anche il senso di possesso presente nel bambino verso l’oggetto-Sé, possesso meglio inteso come presunzione al diritto della sua presenza - in quanto necessaria - anche se la percezione di possederlo e di aver diritto alle sue funzioni è del tutto inconsapevole.

La rabbia ha una duplice origine: da un lato scaturisce da un danneggiamento della grandiosità, dall’altro deriva dalla perdita del controllo e dalla rottura della fusione con l’oggetto idealizzato onnipotente e dunque deriva sia da una ferita narcisistica che da un tentativo di ristabilire l’integrità del Sé, ed è finalizzata a rendere disponibile incondizionatamente un oggetto-Sé ammirante e di fondersi con un oggetto-Sé idealizzato.

Esser capaci di farsi valere, di esprimere i propri punti di vista o desideri, di opporsi in forma assertiva è segno della presenza di un Sé integro e, in questo senso, l’esperienza della rispondenza dell’ “ambiente oggetto-Sé” precoce è l’indispensabile punto di partenza normale del bambino, in quanto solo la solida interiorizzazione di tale esperienza pone le basi per un’attesa fiduciosa di un’adeguata rispondenza di altri “oggetti” nel corso dell’esistenza.

Se,invece, il bambino sperimenta ripetutamente il fallimento della rispondenza materna, stabilisce un legame con la propria esperienza interna negativo e alla fine sarà costretto a sviluppare meccanismi di autoconservazione fragili e spesso coatti: un Sé deficitario o frammentato ha difficoltà a far fluire le proprie potenzialità o a mobilizzare adeguatamente l’aggressività.

Quando il Sé ha subìto precocemente un indebolimento, o non ha mai raggiunto un’integrazione soddisfacente e stabile perché la “figura materna oggetto-Sé”, non è stata in grado di offrire le funzioni relazionali necessarie al bambino, questi sarà predisposto alle tensioni derivanti dalla propria vulnerabilità. Vivrà spesso situazioni esistenziali come ripetizione del trauma subito e sarà incapace di rispondere assertivamente agli eventi. Il fallimento della relazione primaria determinerà un senso di vergogna e di umiliazione , che per la loro intollerabilità verranno cancellate dalla consapevolezza, innescando rabbia nei confronti dell’oggetto frustrante. In queste condizioni il Sè reagirà con una forma distorta di rabbia (narcisistica), associata di solito ad un senso continuo di danno subito: ciò non costituisce un’espressione della natura della personalità (pulsione), ma uno stato affettivo conseguente ad un’esperienza patogena. Gli psicologi del Sé ne parlano come di un prodotto derivato.

Si possono sviluppare comportamenti patologici che vanno dalla sofferenza lieve , per es. problemi di attaccamento e dell’affettività, ad una gravità importante per es., alcune depressioni gravi, tentativi di suicidio, oppure episodi antisociali di varia gravità ( furti, persecuzioni, violenze varie) , che hanno un valore difensivo per il Sé , nel tentativo di riparare o ricucire una grave ferita dell’immagine di Sè, in realtà si diventa vendicativi verso gli altri , subdolamente aggressivi, lamentosi.

Caso 2: M.R. e l’angoscia narcisistica

M.R. è un giovane uomo di 29 anni. Persona dall’aspetto tranquilla e curata, di bell’aspetto anche se un po’ su di peso. Lavora par-time presso un azienda e studia scienze investigative all’università. Viene in terapia non per un reale bisogno (dice lui), ma perché vuole capire alcuni aspetti della sua personalità, stimolato da una lezione di psicologia dinamica all’università. In questo momento della sua vita è innamorato e fidanzato con una ragazza, studentessa pure lei. Il problema sta nel fatto che lui non ha fiducia in questa ragazza, nonostante non ci fosse alcun motivo di dubitare di lei, M.R. pensa che possa tradirlo, che prima o poi sicuramente lo farà! Bisogna dire che prima di fidanzarsi con lei qualche difficoltà l’ha avuta perché lei faceva un tipo di vita un po’ “sregolata” essendo la sua famiglia non molto dignitosa: i suoi erano separati e suo padre oltre ad avere problemi psichiatrici aveva anche problemi con la giustizia. Per certi versi lei rappresentava il suo opposto! M.R. si preoccupava di come potevano reagire i suoi familiari a questo fidanzamento. Lui è sempre stato bene in casa e non voleva dare problemi.

M.R. è il terzo figlio di un poliziotto molto geloso della moglie e di una madre molto infantile, che si lamenta sempre, ma due genitori molto bravi e attenti alle esigenze dei figli , fin troppo, al punto che “non ti fanno muovere per paura che possa succederti qualcosa “… dice M.R.. Il fratello piu grande è diventato poliziotto come il padre ed anzi il padre lo ha aiutato per questo, M.R. non ci riesce , viene scartato in due concorsi. Veramente, non riesce nemmeno ad arruolarsi nei paracadutisti perché ha paura di lanciarsi col paracadute nonostante lo abbia desiderato tanto e non riesce nemmeno a prendere il diploma di scuola superiore prima del militare! Eppure anche studiare gli piaceva tanto e non sopportava l’idea di non aver almeno un diploma, come suo padre e suo fratello ! Farà queste cose successivamente perché il paziente è motivato da una grande volontà di migliorarsi e questo è ciò che lo porta anche in terapia!

Di suo padre dice che è un uomo insopportabile perché ha sempre ragione lui e non dà mai la soddisfazione di riconoscere ai figli una qualsiasi cosa. Della madre dice che è una povera donna che ha dovuto sopportare il marito geloso e perciò non la faceva muovere così l ei ha riversato tutte le attenzioni sui figli, ma lo giustifica sempre agli occhi dei figli pur lamentandosene continuamente, soprattutto col paziente che invece è una persona comprensiva ed equilibrata, che tiene molto al dialogo. Queste caratteristiche gli vengono riconosciute da sempre anche dal gruppo di amici che lo hanno come riferimento (organizza vita del gruppo).

Con me M.R. stabilisce subito un buon rapporto, comincia ad affrontare le cose piano piano , ma già dopo alcune settimane di terapia invita la sua ragazza a casa e inizia questo fidanzamento con molta gioia. Comincia a confrontarsi più direttamente col padre opponendosi a lui qualche volta anche se molto ragionevolmente e comincia a fare richieste affettive alla madre.

Al rientro delle ferie pasquali, durante le quali mi chiama per accertarsi dell’appuntamento successivo, a soli tre mesi dell’inizio della terapia , M.R. porta questo sogno: passeggiavo in bicicletta quando davanti a me compare una scena orribile: un coniglietto bianco è aggredito, azzannato al collo da due faine. Io mi sono subito fermato per aiutare il coniglietto e le faine, vigliacche, appena mi hanno visto sono fuggite . Io allora ho preso il coniglietto che respirava ancora e l’ho portato da Federica un amica della mia fidanzata in quanto una volta la mia fidanzata mi aveva detto che la sua amica si prendeva cura degli animali abbandonati e feriti. Stranamente Federica però era lei ( cioè io la terapeuta) che per curare il coniglietto lo doveva mettere sulla sua scrivania . La cosa che devo dirle anche essendone imbarazzato, è che lei ha dovuto togliere dalla scrivania biancheria intima femminile, per poterci poggiare su il coniglietto. Nel fare questo però lei non era più lei ma la mia fidanzata!

Il reato criminale nasce come angoscia narcisistica

I temi che caratterizzano i disturbi e le strutture narcisistiche sono dominati da angosce di tipo pre-Edipico, profonde ed esistenziali, che originano da livelli arcaici e primitivi dello sviluppo libidico e pulsionale dell’individuo, quali: la perdita dell’oggetto d’am ore (ansia di separazione), l’angoscia persecutoria e l’angoscia di disintegrazione. Ferite narcisistiche, provocate da frustrazioni ambientali (relazionali e non) provocano il riemergere di queste angosce arcaiche e primitive che irrompono nell’individuo e che possono portare ad un episodio psicotico o alla frammentazione del Sé (psicosi conclamata di tipo depressivo) e quindi a comportamenti istintuali e pulsionali non più mediati da strutture quali Io e Super-io.

E’ proprio questo il passaggio all’interno del qual e può collocarsi il fatto reato, in cui un’azione criminale che trae origine dalla pulsione aggressiva sollecitata da una ferita narcisistica, può rappresentare un tentativo di fronteggiare l’angoscia profonda di frammentazione del Sé, ed un tentativo di affermarsi, di sentirsi vivo e di poter dire “esisto ancora”.

L’Odio secondo Otto Kernberg

Otto Kernberg (un autore che, tra l'altro, si è contrapposto a Kohut nella interpretazione del narcisismo) non solo ha studiato a fondo le dinamiche dell'aggressività (Kernberg, 1984, 1992) ma, da una prospettiva classica, ha anche proposto una revisione della teoria psicoanalitica delle pulsioni che si propone di integrare le teorie psicoanalitiche degli affetti e delle relazioni oggettuali. Kernberg (1982, 2001), con la sua revisione teoria, cerca di mantenersi equidistante sia da coloro che propongono di sostituire semplicemente le pulsioni con gli affetti, sia da coloro che scelgono di rimanere ancorati alla teoria tradizionale delle pulsioni. I primi rischiano di "accentuare gli aspetti superficiali del funzionamento inconscio (il ruolo dell'adattamento e la realtà) e di minimizzare la consapevolezza degli aspetti perturbanti dell'odio primitivo e della natura primitiva della precoce fantasia inconscia erotica e sadomasochistica" (Kernberg, 2001, p. 606; vedi anche 1984, pp. 187-189), mentre i secondi, ignorando la importante influenza delle relazioni oggettuali e degli affetti, impoveriscono la comprensione clinica "relegando le pulsioni a strutture mitiche" (ibid.), ereditate filogeneticamente e responsabili delle fantasie primarie (allo stesso modo con cui Lacan ha paragonato l'inconscio alla struttura di una lingua naturale). Kernberg (1992) definisce l’odio come “l’affetto nucleare di gravi stati psicopatologici, in particolare i gravi disturbi di personalità, le perversioni e le psicosi funzionali”. L’odio deriva dalla rabbia, l’affetto in cui spesso viene canalizzata la pulsione aggressiva, e che spesso si manifesta attraverso comportamenti violenti contro il Sé o l’altro. Talvolta l’odio può essere talmente forte da oscurare gli altri affetti legati all’aggressività, quali l’ invidia e il disgusto.

La rabbia si manifesta nel bambino con una funzione biologica specifica: segnalare al caregiver uno stato di disagio al fine di sollecitare l’eliminazione di una fonte di dolore o di irritazione. Successivamente la sua funzione si evolve nell’eliminazione di un ostacolo alla gratificazione, e l’originaria funzione biologica si trasforma nella ricerca della gratificazione stessa. In una fase ancora più avanzata avviene un ulteriore cambiamento, e la rabbia può rappresentare un disperato tentativo di ristabilire il senso di autonomia minacciato da eventi frustranti. A livello inconscio la rabbia è legata alle rappresentazioni di relazioni oggettuali buone e cattive, e la sua funzione può essere quindi interpretata come il tentativo di ripristinare una relazione oggettuale completamente buona e di sopprimere quella cattiva persecutoria; in altre parole la rabbia è un atto di autoaffermazione che rappresenta l’identificazione con un oggetto buono idealizzato e pertanto agisce col fine di ristabilire l’equilibrio narcisistico.

L’ origine e la dinamica dell’Odio

L’odio è un affetto aggressivo complesso, cronico e stabile che implica forti razionalizzazioni e distorsioni delle funzioni dell’Io e del Super-io. Il suo scopo primario consiste nella distruzione dell’ oggetto esterno, rappresentazione di una fantasia inconscia. L’odio tuttavia non sempre è patologico, esso infatti, qualora risponda ad una reale minaccia di distruzione fisica o psicologica, o di sopravvivenza di se stessi o di altri significativi, diviene una normale elaborazione della rabbia. Quando, però, vi è una predisposizione caratteriale cronica all’odio esso riflette sempre la psicopatologia dell’aggressività, ed implica comportamenti aggressivi verso il Sé, identificato con l’oggetto odiato, come il suicidio, e verso l’altro come l’omicidio (che mira all’eliminazione dell’oggetto stesso) o tendenze sadiche (che tendono a mantenere una relazione con l’oggetto di tipo onnipotente: vittima-aggressore). E’ questo il caso di individui che presentano una sindrome di narcisismo maligno. Fondamentale per quel che riguarda la psicodinamica dell’odio è il grado di integrazione del Super-io; soggetti che presentano un Super-io scarsamente integrato sono più inclini a commettere azioni aggressive violente.

In soggetti con una grave patologia narcisistica diviene essenziale comprendere come l’odio origini da ciò che Melanie Klein (1957) definì “invidia dell’oggetto buono”. A livello superficiale l’odio per l’oggetto invidiato viene razionalizzato nella paura del potenziale distruttivo dell’oggetto, derivato sia dalla reale aggressione inflitta nel passato, sia dalla proiezione delle propria rabbia e del proprio odio.

A cura di Floriana de Michele


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