Il ruolo del padre tra normalità e patologia.

La "morte" del padre per Freud

Freud ha sostenuto la morte del padre ha un’importanza fondamentale nella vita di un individuo, (consiglio di leggere l'articolo qui) alludendo alla “morte psicologica” del proprio padre interno come ad un fattore di crescita e di sviluppo. Scrive nella prefazione della seconda edizione dell’Interpretazione dei sogni (1899). Questo libro ha infatti per me anche un altro significato soggettivo, che mi è riuscito chiaro solo dopo averlo portato a termine. Esso mi è apparso come un brano della mia autoanalisi, come la reazione alla morte di mio padre, dunque all’avvenimento più importante, alla perdita più straziante nella vita di un uomo. Benché Freud abbia perso il padre relativamente tardi, all’età di quarant’anni, quell’esperienza ha avuto un’influenza decisiva sulla teoria del Complesso di Edipo, elaborata a partire dal 1910. Tuttavia, essa non contiene nulla che rimandi ad un padre che ha abbandonato il figlio ripudiandolo, al contrario, il figlio diventa il cattivo che desidera impossessarsi della vita del padre per fare della madre la propria amante.

La leggenda di Edipo

Rileggiamo la leggenda di Edipo

La leggenda del re Edipo (Sofocle) racconta che Edipo figlio di Laio, re di Tebe e Giocasta, viene abbandonato lattante perché un oracolo ha predetto al padre che il figlio, che sta per nascergli, sarà il suo assassino. Edipo viene salvato e cresce come figlio di re in una corte straniera ( Polibo e Merope). Incerto della propria origine, interroga egli stesso l’oracolo e ne ottiene il consiglio di star lontano dalla patria, perché facendovi ritorno sarebbe costretto a divenire l’assassino di suo padre e lo sposo di sua madre. Sulla strada che lo porta lontano dalla presunta patria, incontra re Laio e lo uccide nel corso di una lite. Giunge poi davanti a Tebe, dove risolve gli enigmi della Sfinge che sbarra la via; per ringraziamento i tebani lo eleggono re e gli offrono in dono la mano di Giocasta. Per molto tempo regna pacifico e onorato, genera con la madre due figli e due figlie, finchè scoppia la pestilenza che induce ancora una volta i tebani a consultare l’oracolo. I messi portano il responso che la pestilenza avrà fine quando l’uccisore di Laio sarà espulso dal paese. La rivelazione che Edipo stesso è l’assassino di Laio, ma anche il figlio dell’assassinato e di Giocasta, travolge Edipo. Per i fatti commessi inconsapevolmente Edipo si acceca ed abbandona la patria. Così la sentenza dell’oracolo è compiuta. Dunque, la disperata lotta di Edipo per conoscere con certezza le sue origini si conclude in tragedia perché egli era stato ingannato sulla verità sia dai genitori naturali (che lo abbandonarono) sia da quelli adottivi. Il padre, come pure la madre, fin dai primordi della storia, è un archetipo, un principio che si radica nei più profondi stati della psiche, per cui le immagini interiori di un padre non si lasciano cancellare. In questo senso Edipo è la rappresentazione simbolica dell’uccisione del padre nella dimensione mitica di una preistoria dell’umanità. Laio è figlio di Labdaco che muore prematuramente. Laio viene raccolto dal re Elope e ne seduce il figlio Crisippo il quale si suicida mentre Laio viene cacciato e maledetto. Queste sono le ragioni della maledizione per cui Laio sarà ucciso dal figlio Edipo. “In linea generale la colpevolezza inconscia, le colpe dei padri ricadono sui figli, sul loro destino, sui loro sintomi” (B. Brusset).

L'archetipo della figura paterna

Nel 1913 Freud scrive “Totem e Tabù” dove descrive l’ipotesi di un parricidio primordiale ad adopera del clan dei fratelli : “un certo giorno i fratelli scacciati si riunirono, abbatterono il padre e lo divorarono, ponendo così fine all’orda paterna”. Freud sostiene che la loro motivazione consiste nel desiderio di spezzare il potere illimitato del padre e del suo diritto esclusivo sulle donne. I sensi di colpa indussero poi i figli a ritualizzare il parricidio reale attraverso cerimonie totemiche e introdussero il tabù e l’incesto. Nel periodo di transizione delle “società senza padre” nei figli tornò l’esigenza di identificazione e la nostalgia del padre sotto forma di “introduzione delle divinità paterne”. Freud, così, nel tentativo di definire la propria individuazione, cercò di spiegare gli inizi della rottura intesa come ribellione delle giovani generazioni contro il sistema patriarcale dell’autorità paterna. Dunque, anche se in ogni persona esiste l’archetipo del “padre” non è quest’ultimo a decidere dello sviluppo del bambino, bensì la relazione riassunta o meno con un padre reale. In realtà, per molto tempo, la figura paterna è stata considerata solo secondaria a quella materna e non fondante nel processo di strutturazione della personalità degli individui.

I tre periodi della relazione padre-figlio

La psicologia evolutiva oggi distingue tre periodi fondamentali nella relazione padre-figlio. 1) Va dal primo al terzo anno di vita e viene definita fase della “triangolazione”; 2) Quarto-sesto anno rappresenta la prima fase edipica; 3) Dal dodicesimo al sedicesimo anno, gli anni della pubertà, definita anche seconda fase edipica;

1) fase della “triangolazione”. All’inizio degli anni sessanta, un gruppo di ricercatori guidati da Margaret Mahler spostano l’attenzione dagli studi della prima relazione madre-figlio sul padre. La domanda che si poneva era come il bambino riusciva a liberarsi del legame simbiotico con la madre per procedere verso l’individuazione di una personalità autonoma. La Mahler descrisse l’ansia e il dolore dovuto al taglio del cordone ombelicale e come il bambino oscilli continuamente tra desiderio di ripristinare la paradisiaca unità con la madre e l’assoluta esigenza di definizione e autonomia.

La triangolazione padre-madre-figlio

Descrisse la situazione di forte ambivalenza, nelle quali il bambino proietta sulla madre i propri sentimenti contraddittori e percepisce in lei da una parte la tendenza a trattenerlo e dall’altra quella ad allontanarlo. Questo problema esistenziale, non potendo essere risolto dalla sola madre apre la prospettiva sull’importanza del padre già nei primi tre anni di vita. Il concetto di triangolazione, (nato negli anni settanta) prevede che già nella fase di distacco tra il nono e il quattordicesimo mese di vita inizia la vera e propria relazione triangolare madre-padre-figlio. La recente ricerca neonatale sembra dimostrare i suoi primi accenni in un’età ancora precedente. Ma solo quando il bambino entra in crisi a causa del distacco dalla madre, il padre rappresenta il sostegno necessario. Lo protegge dalle ansie di abbandono, mitigando con la sua presenza le paure e aiutandolo via via a rinunciare al regressivo desiderio di simbiosi con la madre. A questo punto l’identificazione con il padre è un altro motivo che modifica la relazione del bambino con la madre che lo struttura, in quanto gli permetterà di risolvere la sua ambivalenza verso di lei: non sarà più la madre “buona” oggetto di desiderio simbiotico e contemporaneamente la madre “cattiva” odiata perché allontana (M: Klein), ma verrà percepita più realisticamente potendo essere interiorizzata prevalentemente come oggetto buono. Il padre ha una “funzione tempore” che aiuta ad accettare l’ansia da separazione e l’ambivalenza. A questo punto il bambino ha a disposizione due oggetti d’amore separati ( madre e padre) che offrono due diverse possibilità di identificazione ( maschile e femminile) così il processo di maturazione viene accelerato e attraverso l’integrazione di entrambi gli aspetti il bambino potrà elaborare un’immagine di sé unitaria e completa di maschile e femminile.

Dove e quando può nascere la "psicosi"

Tutto questo sembra che sia particolarmente importante per la maturazione psicosessuale del maschietto che più delle femminucce ha bisogno di identificarsi con il padre. David Rosenfeld descrive la psicosi come una distorsione della funzione paterna, prossima al super io arcaico, descritto dalla M. Klein . Essa corrisponderebbe all’identificazione primaria, all’identificazione narcisistica, all’identificazione proiettiva con il padre. Caso di Francesco Berardini. All’opposto il funzionamento psichico non psicotico, che si collocherebbe sulle identificazioni secondarie, oggettuali, introiettive, derivate dalla conoscenza esatta della differenza sessuale genitoriale. La possibilità di uscire dalle psicosi dipenderebbe dall’espulsione delle identificazioni paterne patogene durante il transfert nell’analista. Rosenfeld-Searls. Alla luce dei principi della storia sistemica, che hanno ampliato le teorie dello sviluppo proposte dalla psicologia e dalla psicoanalisi, si è giunti alla consapevolezza che la triangolazione funziona concretamente quando madre-padre-figlio sono in un rapporto armonico. In questo senso è determinante il rapporto esistente tra i genitori, i quali devono accettarsi come partner e confermarsi reciprocamente nei rispettivi ruoli, pena la rottura dell’ecosistema familiare e nascita della patologia.

La prima fase edipica

2) Prima fase edipica. L’idea geniale di Freud, consistente nello sconvolgimento del mito di re Edipo, è stata quella di ribaltare le posizioni del padre e del figlio scoprendo così la sessualità infantile. Il bambino di quattro anni attenta alla vita del padre e vuole possedere la madre al posto suo. Infatti, su chi dovrebbero orientarsi i desideri sessuali del bambino, se non sul suo primo oggetto d’amore, la madre? Nella fantasia il bambino, per raggiungere il suo scopo, deve innanzitutto eliminare il padre. Freud vedeva nella prima infanzia il risveglio della sessualità del bambino e definì questo periodo fase genitale, successivamente fase edipica. La risposta del padre alla smisurata bramosia del piccolo è la minaccia di castrazione, se non smette di importunare la madre. Il bimbo ci crede, perché lo dimostra la madre stessa: lei non possiede il pene. La minaccia di castrazione e la paura che ne consegue plasmano all’interno della psiche la coscienza o “Super-io”, il cui compito principale consiste nella formazione del tabù dell’incesto, senza il quale non è possibile un’organizzazione della conseguenza familiare. L’Edipo si risolve con la rinuncia dei desideri incestuosi verso la madre. Sul fallimento dell’Edipo si costruisce la patologia. La mancanza del padre, produce forse la più tragica delle costellazioni del conflitto edipico, sia per i maschi che per le femmine, perché si corre il rischio di rimanere invischiati nella struttura di un legame patologico con il genitore. Nei casi in cui va strutturandosi una personalità organizzata in senso “perverso” come soluzione del conflitto edipico, come la descrive Jannine Chassget-Smirgel, succede che si elevano al rango di sessualità matura le pulsioni parziali pre-genitali caratteristiche della fase di esordio della vita sessuale, secondo modalità infantili proprie del principio del piacere, prima che la figura del padre-rivale sia stata definitivamente introiettata e acquista la completa maturità fisica e psicologica che consentirebbe la soddisfazione del desiderio nei tempi e nei modi adeguati. E’ come se il perverso, rifiutandosi di accettare i limiti della realtà, che nel caso dello sviluppo sessuale sono rappresentati dalla costatazione della ineliminabilità delle differenze tra i sessi si equiparasse al padre con una pseudo-maturità, in cui invece del primato della genitalità, la sessualità è organizzata sotto il primato delle pulsioni parziali. Questo grazie al comportamento seduttivo della madre, che impedisce al bambino di consapevolizzare i propri limiti. Negli stati limite, i genitori vengono riconosciuti nella loro differenza in funzione della loro identità di genere, ma tendono ad essere investiti come oggetto buono e oggetto cattivo, l’uno come doppio rovesciato dell’altro. Il persistere dell’azione delle pulsioni distruttive scisse e proiettate fa sì che il riavvicinamento all’oggetto buono per fuggire l’oggetto cattivo persecutorio susciti il ritorno del cattivo nel buono in un sistema di altalene senza uscita. Il padre introduce nella vita del bimbo il principio di realtà, che si sostituisce a quello del piacere, lo inserisce nel mondo circostante per mezzo di un confronto attivo attraverso l’incoraggiamento all’azione pratica. Coraggio, audacia, rischio; qualità come la costanza, capacità di sopportare le frustrazioni il controllo degli istinti, si sviluppano nel confronto attivo con una realtà che continuamente si nega. La funzione di esempio esercitata dal padre presenta, soprattutto per i maschietti, delle difficoltà. A partire dal terzo anno di età la maturazione dell’apparato muscolare fa crescere le capacità motorie del bambino. La motricità diventa il veicolo dell’aggressività. Se sarà orientata verso obiettivi leciti o agita distruttivamente dipende dal tipo di socializzazione delle energie aggressive. Il padre stimolando le abilità motorie del bambino gli mostra il modo di gestire la propria aggressività secondo regole stabilite. In questo modo diventa una istanza morale. Il maschio da prima si identifica con il padre e vuole essere come lui, grande, forte potente e vuole superare le sue piccolezze. Successivamente il non riuscire a sopportare la superiorità del padre, l’impossibilità di uguagliarlo viene vissuta come una ferita narcisistica che lo rende furioso. Rivalità, odio si alternano a questo punto con l’amore e l’idealizzazione. E’ l’ambivalenza, che riguarda non la relazione con la madre, ma il divario tra il potere e impotenza nella relazione tra padre e figlio. Affinché l’ambivalenza venga neutralizzata e non sfoci in un conflitto in cui il padre è percepito con odio dipende dalla qualità del rapporto. Per la bambina accade la stessa cosa con la madre. Entrambi si rivolgono ai genitori del sesso opposto per essere confortati.

La pubertà: seconda fase edipica

3) Pubertà: seconda fase edipica. Rappresenta il passaggio dall’infanzia all’età adulta. In questo periodo le trasformazioni sono paradossali. Da un lato la crescita biologica costringe al confronto con una modificazione drammatica del corpo accompagnata da profondi disorientamenti nelle sensazioni corporee. Da un altro lato, si sviluppa una contraddizione nel rapporto del giovane con il mondo esterno. Il ragazzo deve fare proprie le regole e i valori della società, deve diventare adulto. Quindi deve staccarsi irrimediabilmente dai suoi oggetti d’amore primari, i genitori, e progettare autonomamente la propria vita. Freud sottolineava come la fase edipica ricomparisse in questo periodo con forza perché la maturazione sessuale e il desiderio incestuoso non rimaneva delegato solo nella fantasia, bensì diventava realizzabile anche in concreto. Da un punto di vista della patologia immaginiamo cosa può succedere se non c’è stato già un superamento del complesso edipico precedente. E’ il momento in cui si strutturano le nevrosi. In questa fase il collegamento tra famiglia e società è forte e il padre deve essere un buon riferimento perché viene riassunto come prevalentemente orientato verso l’esterno della famiglia. Dal modo in cui egli apre la strada ai figli, da come trasmette i ruoli, dipende il successo dei figli di fronte ai nuovi impegni esistenziali. Il padre riconoscendo le capacità del figlio, incoraggiandolo a portare avanti il proprio sviluppo lo aiuta a superare gli ostacoli della vita. Solo un padre portatore di speranza può irradiare coraggio, forza, fiducia necessarie a progettare l’esistenza nel futuro dei figli. E’ nel confronto e nell’identificazione fiduciosa con un padre che l’Io del figlio può fortificarsi e il suo Super-io acquisire tutti i meccanismi di controllo necessari alla gestione sana della vita.

CASO CLINICO : "Piero"

Piero è un ragazzo di 22 anni, arriva da me tramite un suo amico, il quale aveva già fatto psicoterapia fino a qualche mese fa. Il suo amico lo accompagna nel mio studio ed è lui che mi spiega i problemi di Piero, chiede se posso aiutarlo come ho fatto con lui. Qualche giorno dopo in occasione dell’appuntamento, Piero non riesce ad arrivare allo studio, mi telefona più volte perché non riesce a trovarlo finché io decido di guidarlo telefonicamente indicandogli la strada: incrocio per incrocio e facendomi vedere io stessa fuori lo studio ad aspettarlo. Finalmente arriva. Il ragazzo appare impaurito per quella difficoltà ad orientarsi, io lo riassicuro dicendogli che la cosa importante era che fosse lì con me in quel momento. Da premettere P. proveniva da un paese intorno ad Avezzano ma ad Avezzano lavorava in una fabbrica, frequentava col suo amico una piscina e a volte anche la piazza, che si sa è il punto d’incontro tra i giovani di questa città.

Il problema di P. era questo: sentiva di odiare tanto il padre al quale aveva tolto la parola dall’età di 12 anni per protesta alla sua cattiveria.

Perché? P. aveva iniziato a lavorare col padre già da bambino, nella sua ditta boschiva: caricare e trasportare con i muli la legna è un lavoro molto faticoso. Per questo motivo aveva avuto difficoltà a frequentare la scuola che ha lasciato subito, a malapena ha avuto il diploma di scuola media inferiore. Purtroppo P. era il primo figlio maschio di cinque, di cui tre femmine e l’ultimo maschio (anche lui ha subito cominciato a lavorare col padre). Ma il padre per il suo lavoro aveva bisogno del figlio! E la madre ha rinunciato a lui approvando la scelta del marito, ma mantenendo col figlio un rapporto esclusivo: lei fa tutto per lui soprattutto parla per lui al marito. P. non sopporta il padre e a 20 anni va a lavorare in fabbrica, ma i suoi rapporti con lui non cambiano. P. per il padre, però prova anche una profonda ammirazione: per la sua forza, la sua intelligenza e la sua determinazione a fare le cose. P. ha scelto di non parlare con lui perché in questo modo può dimostrargli la sua disapprovazione senza provocarlo troppo e correre il rischio di essere picchiato da lui, non solo: in questo modo ripaga il padre della stessa moneta provocando in lui lo stesso disorientamento o confusione, quello che ha mostrato avere già alla prima seduta: il padre infatti non capisce perché P. si comporta così e non sa cos’altro fare per comunicare con lui, visto che dare ordini, criticare, arrabbiarsi, rimproverare non hanno nessun effetto su P. Dopo un anno di terapia, in cui tante volte P. si è rivolto a me direttamente come se io fossi il padre, rimproverandomi a sua volta o criticandomi, tanto che io gli chiedevo se si stava rivolgendo al padre oppure a me, P. decide di tornare a lavorare col padre perché quello era l’unico lavoro che sapeva fare bene e gli avrebbe permesso di guadagnare abbastanza se lo avesse fatto in maniera autonoma. Lascia la fabbrica perché anche lì c’è da obbedire a qualcuno guadagnando molto poco. Il padre, tramite la madre, accetta la proposta di P. e gli regala tre muli dei suoi, lascia la terapia per circa sei mesi durante i quali il conflitto col padre si riacutizza e torna in terapia. Attualmente P. lavora per suo conto anche se in collaborazione col padre, del quale non ha più tanta paura perché ha imparato a riconoscere le proprie qualità e sente che gli vengono riconosciute anche da lui. La sua presenza nella famiglia del padre ha imposto un nuovo modello maschile: forte fisicamente come il padre, altrettanto intelligente, ma raffinato ed affettuoso come il padre non sa essere. Attraverso queste sue qualità umane sono stati risolti dei problemi nella famiglia che le sorelle (tre) hanno portato di fronte ai quali il padre non ha saputo prendere l’iniziativa. Attualmente P. è in terapia, per concludere la sua maturazione deve conoscere o meglio identificare il femminile, per questo dovrebbe riuscire ad analizzare il ruolo della madre nella sua crescita. Purtroppo, finora il modello così rigido del padre lo ha impegnato totalmente, credo però che a questo punto tutto sarà più semplice per P.


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